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Chiese vuote e secolarizzazione

dom 06 giu 2021 11:06 • Dalla redazione

La prima parte di una riflessione che cerca le motivazioni della crisi religiosa che investe il mondo occidentale

VALLI DEL NOCE. Da qualche tempo è iniziato su alcuni giornali, a partire da L’osservatore romano, un dibattito che si muove attorno alla domanda: perché le chiese sono vuote e tendono a diventare sempre più vuote? «In Italia — scrive il giornale del Vaticano - i “praticanti” sono scesi in dieci anni dal 33% al 27%; tra i giovani (18-29 anni) i praticanti sono solo il 14%, e continuano a calare di quasi il 3% l’anno». Da cosa dipende questa disaffezione che colpisce l’Europa e il mondo economicamente sviluppato, molto meno l’Africa, l’America Latina, le Filippine?

Conosciamo le motivazioni che normalmente si portano come spiegazione: la secolarizzazione, il consumismo, il relativismo etico, ecc. A queste i tradizionalisti della Chiesa aggiungono le critiche al concilio Vaticano II e al suo rappresentante attuale, Papa Francesco il cui peccato risiederebbe nell’aver allontanato la dottrina dalla retta tradizione. I progressisti invece pensano che l’allontanamento dei fedeli sia dovuto al fatto che la Chiesa è immobile, ferma al celibato dei preti, alla morale sessuale chiusa, al maschilismo ecclesiastico e a un certo clericalismo. Più giustificazioni che spiegazioni. Infatti, scrive Gawronski: «Statisticamente non ottengono risultati soddisfacenti né le Chiese più “moderne”, né quelle più “conservatrici”».

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Ciò significa che la crisi presente della fede in Occidente non può certo essere imputata al concilio, né si può pensare che la sua risoluzione stia in un Vaticano III.

Come bene scrive Lucio Brunelli: «La crisi delle “chiese vuote” viene da lontano, inizia quando le chiese erano piene. … Era, quella degli anni ‘50, una chiesa militante, tosta nella dottrina, influente sulla vita politica. Eppure, salvo ancora un rispetto esteriore di forme e convenzioni sociali, non catturava più il cuore e le menti di larga parte delle giovani generazioni. La pratica religiosa ancora teneva, ma era una tenuta simile a quella di un’impalcatura priva di agganci solidi sul terreno. Basta uno scossone e viene giù. Il vento del ’68 portò via d’un botto alla Chiesa una generazione di figli inquieti. L’avvento di un nuovo potere consumista “che se la ride del Vangelo” — come profetizzava Pasolini negli anni ‘70 — sembrò far svanire come neve al sole, in poco più di un decennio, tutto un tessuto popolare cristiano, legato a un’Italia rurale, che c’era voluto secoli per formare». Diceva il cardinale Wimeijk, arcivescovo di Utrecht: «Avevamo un surplus di sacerdoti, ordini religiosi congregazioni. Molti missionari nel mondo provenivano dalla piccola Olanda. Ma presto si è capito che le fondamenta di quella orgogliosa colonna cattolica erano molto meno solide di quanto sembrasse».

È dunque chiaro che il cristianesimo tradizionale degli anni ’50 presentava gravi carenze, che spiegano la sua veloce liquidazione a partire dal decennio successivo. I cristiani di quei tempi non troppo lontani vivevano accettando passivamente il dogma e una dottrina limitata quasi esclusivamente alla questione sessuale. Quando si fa strada la visione liberale della vita, il mondo cattolico si trova del tutto impreparato e incapace di sviluppare un confronto critico con il moderno. La Chiesa cattolica appare all’improvviso antiquata, un residuo dei tempi passati. La dolce vita di Fellini è del 1960 e rappresenta bene il momento di passaggio, lo stacco generazionale tra le due Italie, quella del passato e quella del futuro. Qual era il limite del cristianesimo di allora? Innanzitutto la sua cultura: dominava la Neoscolastica e nei seminari e nelle facoltà pontificie imperava un pensiero segnato da un radicale antimodernismo, ostile a ogni libertà. Il cristianesimo si dimostrò del tutto incapace di andare oltre il neo tomismo novecentesco. Il mondo secolarizzato era sentito come estraneo e nemico. Con un simile mondo non si poteva fare assolutamente nulla. Come conseguenza si poteva pensare di andare avanti almeno per un po’ di tempo, tenendo le porte della Chiesa ermeticamente chiuse. Dopo il Concilio comincia la grande crisi, che non dipende da crolli improvvisi quanto dai limiti della cultura cattolica.

 



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