Skin ADV

Il papa in Canada e il peso del fallimento

dom 31 lug 2022 09:07 • By: Renato Pellegrini

Francesco mette in guardia dal fenomeno della cosiddetta “cancel culture”, che valuta il passato solo in base a certe categorie attuali

La Basilica di Sainte Anne de Beaupré è il più antico luogo di pellegrinaggio del Nord America. E il papa vi si reca al secondo giorno del suo «pellegrinaggio penitenziale» nel Canada francofono.

Il Pontefice vi celebra la Messa. All’interno della chiesa ci sono tanti indigeni, giunti appositamente per ascoltare il Vescovo di Roma che è venuto a chiedere perdono per il male fatto loro da membri della Chiesa, e per lanciare un messaggio di guarigione e riconciliazione. Chiedere perdono perché qualche membro della Chiesa s’è comportato male, per qualcuno non basta.

Ci si chiede infatti se non sia stata la Chiesa in quanto tale a commettere una serie ingiustificata di crimini contro gli indigeni. E a ricordarlo sono state due donne, che durante la messa celebrata da Francesco, hanno srotolato uno striscione davanti all’altare con scritto “abroga la dottrina”.

Si tratta della “dottrina della scoperta”, facendo riferimento alle bolle papali emesse nel corso del XIV e XV secolo che conferivano ai regni di Spagna e Portogallo il compito e la legittimità di colonizzare le Americhe e l’Africa in nome della diffusione del cristianesimo.  Di questo Francesco non parla, ma ammette che nell’annuncio del Vangelo in quelle terre ci si trova di fronte a un «fallimento».

Ora occorre passare alla «speranza». Come per i discepoli di Emmaus che passano dalla sensazione di «fallimento» per la morte di Gesù alla «speranza» suscitata nel riscoprire che Gesù rimane, nonostante tutto, al proprio fianco.

«Anche noi – confessa il Papa – dinanzi allo scandalo del male e al Corpo di Cristo ferito nella carne dei nostri fratelli indigeni, siamo piombati nell’amarezza e avvertiamo il peso del fallimento».

Living ottobre

Quei popoli sono stati conquistati in nome di una religione, quella cristiana, usando il Vangelo come un arma pronta a giustificare ogni delitto.  Di fronte a questa esperienza, avverte, «dobbiamo stare attenti alla tentazione della fuga». Questa è «una tentazione del nemico, che minaccia il nostro cammino spirituale e il cammino della Chiesa: vuole farci credere che quel fallimento sia ormai definitivo, vuole paralizzarci nell’amarezza e nella tristezza, convincerci che non c’è più niente da fare e che quindi non vale la pena di trovare una strada per ricominciare». Invece ricominciare è possibile. E per farlo «c’è una sola strada, una sola via: è la via di Gesù, è la via che è Gesù».

Il Papa è ritornato anche sulla questione delle cosiddette “scuole residenziali”. Un «deprecabile sistema», ha precisato, «promosso dalle autorità governative dell’epoca» (circostanza spesso messa in secondo piano dalle autorità). Un sistema che ha visto «coinvolte diverse istituzioni cattoliche locali». Per questo, ha ribadito Francesco, «esprimo vergogna e dolore e, insieme ai vescovi di questo Paese, rinnovo la mia richiesta di perdono per il male commesso da tanti cristiani contro le popolazioni indigene». Per il Papa si tratta di un caso generato da «una mentalità colonizzatrice».

Il che gli offre il destro per mettere in guardia dal fenomeno delle «colonizzazioni ideologiche», quanto mai attuali, e in particolare dalla cosiddetta “cancel culture”, che «valuta il passato solo in base a certe categorie attuali». Così «si impianta una moda culturale che uniforma, rende tutto uguale, non tollera differenze e si concentra solo sul momento presente, sui bisogni e sui diritti degli individui, trascurando spesso i doveri nei riguardi dei più deboli e fragili: poveri, migranti, anziani, ammalati, nascituri…». Francesco ha evocato anche l’«insensata follia della guerra», invocando la necessità «di lenire gli estremismi della contrapposizione e di curare le ferite dell’odio». Lo ha fatto citando una frase di Edith Bruck in una intervista su Avvenire: «La pace ha un suo segreto: non odiare mai nessuno. Se si vuole vivere non si deve mai odiare».

E aggiungendo un commento: «Non abbiamo bisogno di dividere il mondo in amici e nemici, di prendere le distanze e riarmarci fino ai denti: non saranno la corsa agli armamenti e le strategie di deterrenza a portare pace e sicurezza». C’è bisogno invece «di politiche creative e lungimiranti, che sappiano uscire dagli schemi delle parti per dare risposte alle sfide globali». La buona politica, è un altro tema toccato dal Papa. «La politica – rimarca – non può rimanere prigioniera di interessi di parte». Occorre «saper guardare, come la sapienza indigena insegna, alle sette generazioni future, non alle convenienze immediate, alle scadenze elettorali, al sostegno delle lobby».

Francesco guarda avanti, propone una Chiesa diversa, che non ha paura della conversione, che mette la dignità di ogni donna e di ogni uomo, dovunque vivano, qualunque sia il colore della loro pelle, al di sopra di ogni altro valore. Dio non è il Dio di qualcuno, magari perché è o si crede più bravo, ma il Dio di tutti. E la Chiesa deve tornare con forza al Vangelo, i cristiani devono lasciarsi formare dalle sue parole per diventare costruttori di una nuova umanità insieme a tutte le donne e gli uomini di buona volontà.



Riproduzione riservata ©

indietro