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SOS ‘Tompèsta’!

Tanta confusione e miscredenza sui sedicenti 'sistemi attivi' contro la grandine

SOS ‘Tompèsta’!
  • Giacomo Poletti
  • gio 16 lug 2026 15:05

Dopo la puntata sulla curiosa produzione di azoto e di ozono da parte dei temporali, oggi ci concentreremo invece su un aspetto su cui regna indubbiamente tanta confusione e miscredenza, quello dei sedicenti sistemi attivi contro la grandine. Dai cannoni ai razzi (!) passando per altre pseudosoluzioni vendute a tutt'oggi a molti consorzi e aziende agricole senza uno straccio di validazione scientifica condivisa.

Oggi vedremo anche perché questi sistemi non funzionano; fortunatamente dalla maggior parte del mondo agricolo non vengono presi in considerazione, e la stragrande maggioranza opta per vere soluzioni come la difesa passiva con reti o assicurazioni. Dal punto di vista scientifico, dicevamo, i sistemi di difesa attiva non hanno alcuna efficacia provata.

Il sistema più conosciuto - ce ne sono molti in Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte - è il mitologico "cannone" antigrandine. Un miscelatore di gas a terra che provoca esplosioni ripetute (solitamente innescando un mix di acetilene e ossigeno) convogliate in un grande cono metallico puntato verso l'alto. L'onda d'urto generata, secondo i venditori, dovrebbe arrivare fin dentro la nube temporalesca e con le vibrazioni sonore frantumare i nuclei di ghiaccio della grandine o almeno destabilizzarli. Un po' gli ultrasuoni per frantumare i calcoli renali: il problema è che il calcolo (cioè la grandine) se ne sta a migliaia di metri di altezza. Quasi paradossale spiegare che l'onda d'urto del cannone (misurabile in Pascal, essendo una pressione) diventa irrilevante già dopo una cinquantina di metri, mentre la grandine si forma a quote di 3000-8000 metri. D'altro canto, nemmeno la potenza sonora dei tuoni, che scaturiscono ad alta quota, riesce a incidere sulla formazione dei chicchi: pensare di romperli con un botto da terra è come mettersi a urlare in piazza Duomo a Trento pensando che a Cles qualcuno possa sentirmi.

Il secondo sistema ormai quasi in disuso è quello dei razzi.

Lanciati da terra e in vicinanza della nube, rilasciano ioduro d'argento tentando di inseminare il temporale immettendo milioni di nuclei di congelamento, per far sì che l'acqua della nuvola si disperda su una moltitudine di chicchi minuscoli, anziché concentrarsi in pochi chicchi grossi e distruttivi. Un'idea teoricamente funzionante, ma nella pratica inconsistente in primis perché un razzo di questo tipo, relativamente economico, non riesce certo a raggiungere le quote di formazione della grandine (a meno di non usare missili di derivazione militare, cosa non autorizzabile); ma soprattutto, l'inseminazione fatta in tal modo è totalmente randomica, perché la "finestra" di inseminazione della nube e la localizzazione del punto di inseminazione, per essere efficaci, dovrebbero essere "chirurgicamente" determinati. Inseminare le nubi a caso in quel modo sarebbe un po' come lanciare dei pugni di concime da un aereo che fa evoluzioni, sperando di centrare il nostro orto, e di avere grazie a questo pomodori molto più grandi del normale.

Un terzo sistema, simile per principio, è quello dei cosiddetti bruciatori a terra che emettono ioduro d'argento. Le correnti ascensionali che danno vita al temporale dovrebbero aspirare la miscela prodotta e ridurre, come nel caso precedente, la formazione di grandine grossa. Un sistema molto costoso e di nuovo totalmente aleatorio per precisione di fronte alla complessità di correnti e di quote di formazione della grandine. L'Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha più volte ribadito che non esistono prove scientifiche dell'efficacia di questi sistemi.

post-img

Troppo grandi le energie e i volumi in gioco in un temporale grandinigeno per pensare di incidere. Un tema diverso e di frontiera è semmai quello dell'inseminazione delle nubi per favorire le precipitazioni, su aree limitate e con ioduro d'argento; esperienze in tal senso, con risultati contrastanti (costi che superano i benefici) sono state attuate in Cina e nei Paesi del Golfo usando aerei e campagne di sperimentazione ad hoc. Tornando ai sistemi antigrandine, spesso mi sono chiesto come mai in alcune zone d'Italia gli agricoltori diano tuttora credito a chi li propone. Probabilmente, il fatto che la grandine colpisca lungo ristretti corridoi dà buon gioco ai proponenti; della serie: "hai visto che ha grandinato vicino e non da te?" e se la grandine colpisce proprio i campi teoricamente "protetti" si fa presto a dire "dovevi accendere il cannone prima, etc etc" (cose che mi sono state riportate).

Ci sono poi altri aspetti più di psicologia sociale (una certa tradizione nell'uso, l'illusione di controllo, la speranza che funzioni, l'emulazione del vicino che lo ha, l'assenza di regolamentazione sui risultati millantati dalla pseudoscienza, eccetera eccetera).

Ma quali sono allora le vere alternative per proteggersi dalla grandine? Molti di voi le conoscono assai meglio di me. Le reti antigrandine, l'unica difesa passiva realmente efficace per bloccare fisicamente i chicchi. Certo, costa installarle e tenerle in funzione, ma sono l'unica soluzione. Diversamente, non c'è che ricorrere alle assicurazioni. Ci sentiamo ad agosto per una nuova puntata: cambieremo argomento ma... non ve lo svelo! A presto e buona estate!

 
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