Negli anni ‘80 ebbi l’occasione di partecipare ad una serata con un ricercatore trentino che operava all’IBM in America. Era appena stato presentato il primo computer, uno scatolone che faceva funzioni poco più di una completa macchina da scrivere, ma con una velocità allora stupefacente, oggi ampiamente superata da un qualsiasi dispositivo presente nelle nostre case.
Mi impressionò l’affermazione per la quale, chi aveva pensato quell’aggeggio, aveva come strumento una calcolatrice; ma chi avrebbe progettato la seconda generazione avrebbe potuto contare su una calcolatrice e su un computer, e così via… a sottolineare una crescita esponenziale e velocissima. Da paura.
Arrivò poi anche il navigatore, optional allora costoso che ti indicava la strada corretta nelle città che frequentavo per lavoro e che conoscevo poco. Mia madre, quando lo vide e ancor più quando sentì la voce che gentilmente mi invitava a girare in una certa direzione disse: “Gh’è dentro el diàol!”. Rivoluzioni tecnologiche certamente non al passo con le generazioni di allora, ma che hanno letteralmente cambiato la nostra vita, l’organizzazione sociale, la cultura, il lavoro e tutti gli altri aspetti ai quali ci siamo prontamente adeguati.
E lo hanno fatto con una velocità folle, mettendo in difficoltà intere fasce di popolazione, condizionando pesantemente le nuove generazioni, creando bisogni effimeri e producendo anche servizi utili.
“È il digitale bellezza”, verrebbe da dire, ma è evidente che la velocità della crescita tecnologica non è certamente supportata da altrettanta crescita culturale e sociale, creando in tal modo un disequilibrio significativo.
E se è vero che questi strumenti e tecnologie sono comunque utili e comode, è altresì importante sottolinearne anche l’uso improprio e i conseguenti danni. Ma fino ad ora si è sempre trattato di macchine, con l’illusione di poterne avere il controllo. Quel ricercatore di 50 anni fa disse che per difendersi, bastava staccare la spina dalla corrente.
Ora, invece, non si fa che parlare di Intelligenza Artificiale, IA, evoluzione e rivoluzione epocale di tutte le tecnologie, che inquieta già nel nome. Parlare di intelligenza, infatti, è sempre stata prerogativa dell’uomo, ciò che lo distingueva e caratterizzava in tutto l’universo.
Ma ora, con poche competenze generali e tecnologiche, si può usare e demandarle un sacco di cose, di compiti, forse anche di decisioni.
In realtà l’IA non fa altro che cercare, elaborare, interconnettere e ordinare dati, in qualsiasi formato essi siano: numerici, scritti, immagini e suoni. Lo fa a livello universale, con una velocità supersonica e una precisione invidiabile, restituendoci un risultato che ci costringerebbe ad impiegare tempi lunghissimi e ingenti risorse. Le applicazioni sono dunque infinite e capaci di migliorare ogni aspetto: dalla medicina allo stile di vita, controllandoci pure il frigorifero e, di fatto, diventando padrona della nostra libertà.
La cosa che desta preoccupazione è che esistono già sistemi di intelligenza artificiale che pur non “ragionando” e privi di coscienza, riescono a condizionare gli utenti che sviluppano con loro legami affettivi, diventandone emotivamente dipendenti. In questo numero di NOS Magazine ne parliamo abbondantemente, analizzando la questione da vari punti di vista, molti di questi sicuramente utili e positivi. Il dibattito oscilla fra chi vede l’IA come la cosa che ci permette di risolvere tantissimi problemi e chi invece intravede danni, disoccupazione, attacchi alla democrazia. Forse entrambi hanno ragione e proprio per questo è innegabile che l’IA vada governata.
La risposta, infatti, non è frenare l’innovazione, bensì renderla civile, aprendola a tutti, limitandone e controllandone i dati, aumentando le responsabilità, investendo in formazione e ricerca.
In una parola “cultura”, il vero demarcatore insieme alle emozioni, fra l’intelligenza umana e quella artificiale. Sono sicuro che non ci salverà un algoritmo migliore, ma una società più lungimirante, colta ed esigente. Perché l’IA non deve decidere al posto nostro: deve costringerci a decidere meglio.
