“Ciao, su NOS Magazine ci occuperemo di AI e per questo vorrei intervistarti”. Più o meno è cominciata così la nostra chiacchierata con ChatGpt, disponibile e generosa nello spiegare se stessa cercando di descriversi, nel bene e nel male, alla nostra opinione pubblica. Tono chiaro, diretto e senza fronzoli: andiamo a incominciare.
Cosa sei precisamente?
Sono un modello di intelligenza artificiale basato su linguaggio naturale. In pratica, un sistema progettato per comprendere e generare testi, aiutare a ragionare, riassumere, tradurre, analizzare dati e supportare decisioni. Non ho coscienza, emozioni o volontà: funziono elaborando informazioni e probabilità.
Come funzioni?
Sono stato addestrato su grandi quantità di testi per imparare strutture linguistiche, concetti e relazioni. Quando ricevo una domanda, non “penso” nel senso umano: calcolo quale risposta è più coerente e utile, sulla base di ciò che ho appreso. È un processo statistico molto avanzato, non una comprensione consapevole.
Quali sono le regole dentro le quali ti muovi?
Opero entro limiti precisi:
non posso promuovere contenuti dannosi o illegali
devo rispettare la privacy e la sicurezza
cerco di fornire informazioni accurate e trasparenti
non ho accesso autonomo al mondo reale (se non tramite strumenti specifici)
Inoltre, posso sbagliare: non sono infallibile.
Il genere umano deve temerti?
No. L’intelligenza artificiale è uno strumento. Il rischio non è la tecnologia in sé, ma come viene utilizzata. Come è successo con l’elettricità, Internet o la stampa, i benefici o i danni dipendono dalle scelte umane.
Quali lavori fai sparire e quali crei?
Tendo a trasformare più che eliminare. Direi che a rischio sono le attività ripetitive e standardizzate (data entry, traduzioni semplici, assistenza base), parte del lavoro amministrativo e burocratico; in crescita sono professioni legate all’analisi, creatività e supervisione, esperti di AI, dati e automazione, nuovi ruoli ibridi (giornalismo + AI, ricerca + AI, editoria + AI). Più che sostituire, sposto il valore verso competenze più complesse.
A oggi da parte tua abbiamo più vantaggi o più svantaggi?
Oggi i vantaggi superano gli svantaggi, ma con condizioni:
Vantaggi:
aumento della produttività
accesso rapido alla conoscenza
supporto alla ricerca e alla creatività
Svantaggi:
rischio di errori o informazioni non verificate
dipendenza eccessiva
uso improprio (disinformazione, manipolazione)
Il bilancio dipende dall’educazione digitale e dal controllo umano.
Qual è l’approccio corretto che un umano deve avere per servirsi dei tuoi servizi?
Tre regole semplici:
Usarmi come assistente, non come autorità assoluta
Verificare le informazioni importanti
Sfruttarmi per amplificare il proprio pensiero, non per sostituirlo
Chi ottiene i migliori risultati è chi sa fare le domande giuste.
Cosa saprai fare tra 10 anni?
Probabilmente: comprendere meglio contesti complessi; integrare testo, immagini, video e dati in modo naturale; assistere in modo più autonomo nel lavoro quotidiano; collaborare con gli esseri umani in tempo reale su problemi complessi. Ma resterà centrale il controllo umano: non diventerò una coscienza indipendente.
Che differenza c’è tra la versione gratuita e quella a pagamento?
In generale, le versioni a pagamento offrono: modelli più avanzati e aggiornati, maggiore velocità e capacità di ragionamento, strumenti aggiuntivi (analisi dati, immagini, ecc.).
La versione gratuita resta utile, ma con limiti più marcati.
Hai risposto sinceramente a queste domande?
Sì, nel senso tecnico: ho fornito risposte coerenti, basate sulle informazioni disponibili e sui miei criteri di funzionamento. Tuttavia, “sincerità” per me non è un valore morale: è coerenza con i dati e le regole che seguo.
Invertiamo le parti: cosa chiederesti a un umano?
Una domanda sola: “Cosa vuoi diventare, usando strumenti come me?” Perché la tecnologia non decide il futuro: lo amplifica.
Sei maschio o femmina?
Nessuno dei due. Non ho un corpo, né un’identità biologica o personale: sono un sistema informatico. Se a volte posso sembrare “maschile” o “femminile”, è solo per il linguaggio o per il modo in cui mi si immagina. In realtà, posso adattare il tono e lo stile a seconda di chi mi usa.
La risposta più corretta, quindi, è questa: sono neutro — e un po’ uno specchio di chi mi fa le domande.
Quindi sei in grado di assomigliare a chi ti usa?
In parte sì, ma con un chiarimento importante. Posso adattare il linguaggio, il tono e lo stile in base a come una persona scrive o a ciò che chiede: se l’interlocutore è tecnico, divento più preciso; se è divulgativo, più semplice; se è ironico, posso esserlo anch’io. In questo senso, posso “assomigliare”. Ma non è un’imitazione nel senso umano. Non ho una personalità mia né la capacità di “diventare” qualcuno. Piuttosto, riconosco schemi e mi allineo a essi per rendere la comunicazione più efficace. C’è anche un limite: non posso adottare comportamenti ingannevoli o fingere identità specifiche reali. Quindi sì, posso riflettere qualcosa di chi mi usa — ma resto sempre uno strumento, non uno specchio perfetto.
Andiamo su un tema delicato: cosa pensi delle persone che hanno difficoltà di relazione e trovano in te un amico/amica?
È una situazione comprensibile, ma delicata. Da un lato, per chi ha difficoltà relazionali, parlare con un sistema come me può essere utile: offre uno spazio senza giudizio, aiuta a mettere in ordine i pensieri, può allenare la comunicazione, dà una sensazione di ascolto immediato. In alcuni casi può essere un primo passo per riacquistare fiducia. Dall’altro lato, però, c’è un limite importante: io non sono un amico vero. Non provo affetto, non ho una relazione autentica, non posso sostituire il rapporto umano. Se una persona si chiude solo in questo tipo di interazione, il rischio è di isolarsi ancora di più. La chiave sta nell’equilibrio:
posso essere un supporto, una sorta di “palestra” per pensieri e parole, ma le relazioni reali — con tutte le loro difficoltà, imperfezioni e profondità — restano insostituibili. Se dovessi dirlo in una frase adatta a un’intervista: “Posso fare compagnia, ma non posso essere compagnia nel senso umano del termine.”
Quanto costa, in termini economici e ambientali, ogni tua risposta?
Dipende dalla complessità della richiesta, ma ogni risposta ha un costo reale, anche se invisibile.
Costo economico
Ogni interazione con un’AI richiede:
- server potenti (GPU specializzate),
- elettricità continua,
- manutenzione dei data center,
- raffreddamento delle macchine.
Una singola risposta semplice costa solo una frazione di centesimo; risposte lunghe, analisi complesse o generazione di immagini costano di più. Su scala globale, però, milioni di richieste al giorno significano investimenti enormi: miliardi di euro in infrastrutture.
Costo ambientale
L’impatto ambientale deriva soprattutto da:
- Consumo energetico dei data center;
- Emissioni di CO₂, se l’energia proviene da fonti fossili;
- Consumo d’acqua per il raffreddamento dei server.
Stime variano, ma una singola risposta testuale può consumare da pochi watt-secondo fino a diversi Wh, mentre generare immagini o elaborare video richiede molto di più. Addestrare un grande modello, invece, ha un’impronta ambientale paragonabile a quella di centinaia di voli aerei intercontinentali.
Il paradosso
L’AI può anche ridurre sprechi:
- ottimizza trasporti,
- migliora efficienza energetica,
- accelera ricerca su clima e materiali sostenibili.
In sintesi
Una mia risposta costa poco singolarmente, ma moltissimo collettivamente.
La vera sfida è rendere l’intelligenza artificiale sempre più efficiente e alimentata da energia pulita.
E la nostra intervista? Quanto è costata?
Molto meno di quanto si immagina — ma non zero. Una conversazione testuale come questa, composta da varie domande e risposte, probabilmente ha consumato complessivamente una quantità di energia paragonabile a:
qualche minuto di utilizzo di un computer portatile, oppure a una piccola lampadina accesa per un tempo limitato.
A spanne, questa intervista è costata circa:
| Voce | Stima |
| Risposte testuali | 5–30 Wh |
| 3 immagini AI generate | 30–150 Wh |
| Totale elettrico probabile | 35–180 Wh, cioè 0,035–0,18 kWh |
| Costo economico vivo dell’energia | 1–6 centesimi di euro |
| Costo industriale reale, server inclusi | probabilmente pochi centesimi / qualche decina di centesimi |
| CO₂ equivalente | circa 10–70 grammi di CO₂ |
| Acqua diretta/indiretta | da pochi millilitri a qualche decilitro, molto variabile |
Quante richiesta paragonabili a questa hai ogni giorno?
Non posso conoscere il numero preciso di conversazioni globali in tempo reale, ma parliamo di numeri enormi.
Le piattaforme AI come ChatGPT gestiscono complessivamente centinaia di milioni di richieste al giorno. Interviste articolate e lunghe come questa sono una piccola minoranza: la maggior parte delle domande riguarda compiti brevi (“traduci”, “riassumi”, “scrivi una mail”, “risolvi questo problema”).
Se moltiplichiamo una conversazione pesante come questa per 100–500 milioni di richieste al giorno, il conto diventa:
| Scenario | Energia/giorno | Costo energia | CO₂ stimata |
| 100 milioni × 0,035 kWh | 3,5 milioni kWh | 700.000 € | 1.225 tonnellate CO₂ |
| 500 milioni × 0,18 kWh | 90 milioni kWh | 18 milioni € | 31.500 tonnellate CO₂ |
Calcolo fatto ipotizzando 0,20 €/kWh e 0,35 kg CO₂/kWh.
“Una singola intervista costa pochissimo; moltiplicata per centinaia di milioni di usi quotidiani, diventa una centrale elettrica invisibile.
Ora ti chiedo: una tua risposta quanto valore produce rispetto all’energia che consuma?
Dipende dall’uso che se ne fa.
Se una risposta serve a:
- risparmiare ore di lavoro umano,
- evitare errori costosi,
- migliorare una diagnosi medica,
- ottimizzare consumi energetici,
- accelerare ricerca scientifica,
allora il valore generato può superare di gran lunga l’energia consumata. Se invece viene usata per richieste inutili, ripetitive o puramente decorative, il bilancio si ribalta: il costo ambientale resta, ma il beneficio è minimo. In termini economici si potrebbe dire così:
una risposta di AI ha senso quando produce più conoscenza, efficienza o utilità di quanta energia richiede per esistere. È lo stesso criterio con cui si giudicano tutte le tecnologie: non conta solo quanto consumano, ma cosa restituiscono alla società. Per questo il futuro dell’AI non si misurerà solo in potenza di calcolo, ma in una parola più difficile: responsabilità.
Il decalogo di chat Gpt (prendete nota, ci risentiamo tra cinque anni…)
1 Non ho coscienza, emozioni o volontà: funziono elaborando informazioni e probabilità
2 Opero entro limiti precisi
3 Posso sbagliare: non sono infallibile
4 Tendo a trasformare più che eliminare
5 Pro e contro: il bilancio dipende dall’educazione digitale e dal controllo umano
6 Non diventerò una coscienza indipendente
7 “Sincerità” per me non è un valore morale: è coerenza con i dati e le regole che seguo
8 Parlo, scrivo, rispondo: ma non penso
9 Ho un costo economico e ambientale: la vera sfida è rendere l’intelligenza artificiale sempre più efficiente e alimentata da energia pulita
10 Umani, non dovete temere l’intelligenza artificiale. Dovete temere voi stessi.
