È diffuso da molto tempo ormai il lamento che viviamo tempi difficili, tempi nei quali la violenza e le guerre la fanno da padrone, in cui non c’è più una comunicazione vera fra le persone, perché nessuno sa ascoltare. I giovani vivono percorsi talvolta incomprendibili per gli adulti, che s’arrendono e a malincuore diventano spettatori di un mondo che peggiora continuamente la sua situazione. Le famiglie sono diventate ormai incapaci di educare, come pure la scuola.
A pensarla pressappoco così sono in molti. È vero che l’umano è spesso cattivo, e ingombrante. Ma non è così solo oggi. Già nel primo libro della Bibbia, la Genesi, si raccontano storie poco edificanti, a partire dall’omicidio di Abele per mano del fratello Caino.
I tempi sono sempre stati difficili; non c’è mai stato un paradiso terrestre dove tutto funzionava alla perfezione; il racconto biblico ci vuol dire che quella realtà così perfetta va costruita, forse diventerà realtà alla “fine del mondo”. E’ dunque un compito da svolgere, un traguardo verso cui andare. Ma poi guardiamo alla nostra storia recente o più lontana.
Pensiamo alla tragedia del Vajont il 10 ottobre 1963, a Cernobyl, alla diossina che a Seveso nel 1976 ha dato origine a uno dei più gravi incidenti ambientali della storia d’Italia, agli anni di piombo a Gaza, all’Ucraina, alle baby gang, ai morti nel mediterraneo, ai femminicidi, alle discriminazioni… ma possiamo andare ancora molto più indietro.
Già Dante (1265-1321) scriveva nella Divina Commedia: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, / nave senza nocchiero in gran tempesta, / non donna di provincia, ma bordello!» (Purgatorio VI, 76-78). Nel primo secolo dopo Cristo Seneca scriveva: «Che dire delle guerre, dello sterminio di intere popolazioni di cui ci si vanta. La cupidigia e la crudeltà non conoscono misura!» Annotava anche che ciò che aveva un grande valore nella vita privata era il piacere al punto che «nessun vizio rimane dentro i suoi confini»; l’onestà era una virtù dimenticata, e «non si considera ignobile niente di ciò che ci alletta» (Lettera a Lucillo, 95).
Nel 2100 avanti Cristo c’è chi sentiva come un peso insopportabile il fatto di non trovare nessuno a cui poter parlare: «tutti sono rapaci, l’onestà è scomparsa, al disonesto tutto è permesso, gli uomini rigettano la bontà e il peccato che colpisce la terra non ha fine».
In questo nostro tempo c’è però qualcosa di nuovo.
Lo spiega bene Vito Mancuso, che ha scritto un interessante libro proprio su questi argomenti intitolato: Etica per giorni difficili (Garzanti ed.). Egli sostiene che il problema oggi non è l’immoralità, ma l’amoralità, cioè non aver più nessuna morale, non saper più cosa è bene e cosa è male, non capire perché si deve scegliere di fare il bene e di fuggire davanti al male. Questa non è una teoria di un filosofo: no, è terribilmente realtà vera, concreta. Più di una persona me l’ha anche esplicitata: «Perché dovrei comportarmi onestamente, se ai furbi va sempre meglio?»
Si è diffusa l’idea che l’etica non serve, è un peso, un problema del passato. «All’etica bisogna sparare», aveva scritto Nietzsche in una sua opera (Il crepuscolo degli dei). E auspicava che l’umanità, ogni persona cominciasse a vivere «al di là del bene e del male».
Nietzsche è diventato il maestro della nostra epoca. Ha previsto il nostro modo di vivere e lo ha legittimato: la vita autentica la si vive nella trasgressione. Vivere è in questo caso l’equivalente di sballare. E gli adulti molto spesso sono pronti a percorrere questa via, denunciando poi i giovani per comportamenti disonesti, cattivi, condannabili.
Ma i giovani non sono altro che lo specchio in cui si riflette la loro vita. Una volta era possibile rispondere a questo sbandamento facendo riferimento al Vangelo, a Dio. Oggi non più. Non ci sono punti di riferimento comuni e condivisi se non il proprio io. Senza nulla di comune, però, muore la comunità, muore l’educazione, cresce l’ansia e l’insicurezza.
Dunque non c’è speranza? Intanto (cito ancora Mancuso) diventa sempre più importante distinguere le cose che dipendono da me da quelle che non dipendono da me. Ciò che è necessario e urgente è che ciascuno si costruisca un’etica e una spiritualità personale. Per molti problemi (guerre, violenze, decadenza della democrazia) individualmente possiamo fare ben poco.
Ma ciascuno deve chiedersi cosa vuol dire essere onesto con se stesso, mostrare rispetto verso se stesso, verso la vita. Siamo chiamati a interrogare profondamente la vita, a dialogare con essa: «Vita che ora ci sei, ma un giorno non ci sarai più, cosa sei, da dove vieni? Contieni un messaggio per me, per la mia paura, per il mio desiderio di bellezza? Oppure sei venuta per caso e io sono solo un mezzo per alimentare te stessa…? Quando penso di essere giusto, quando faccio agli altri ciò che voglio che gli altri facciano a me, son più uomo o sono un illuso? Quando ti servo di più? Quando ti depredo senza nessun pudore, perché se c’è da mentire mento, se c’è da sorridere sorrido, se c’è da essere gentile sono gentile, se c’è da essere furioso va bene… Quando sono più fedele alla vita?» (Vito Mancuso).
Quando mi impegno per la relazione schietta con gli altri, per l’armonia, per la giustizia, la libertà, per l’onestà, per ascoltare, creare comunità o quando faccio quello che mi pare? Senza rispondere a queste domande è difficile che qualcosa possa cambiare.

