TRENTO. Il 7 agosto 2026 la Giunta provinciale ha approvato in un’ora la delibera n. 1259, introducendo un regime temporaneo di riduzione del Deflusso Minimo Vitale (DMV) nei corsi d’acqua trentini per far fronte alla carenza idrica e alle richieste irrigue dei Consorzi. Una decisione che il Comitato Permanente di Difesa delle Acque del Trentino che denuncia una scelta che, per la seconda volta in quattro anni, rende negoziabile ciò che per legge dovrebbe essere intangibile. Il DMV, ricordano i volontari, non è un parametro discrezionale né un obiettivo di qualità: è la soglia sotto la quale un fiume smette di funzionare come ecosistema. «È un pavimento, non un tetto», scrivono, contestando la rapidità con cui la Giunta ha accolto la richiesta dei Consorzi irrigui: sette giorni tra domanda, pareri tecnici e approvazione, senza istruttoria approfondita né valutazioni ambientali. Una sequenza che ricalca quella del 2022, quando il Comitato denunciò che non si trattava di un’emergenza, ma di una nuova normalità. Sul piano giuridico, il documento è netto: una delibera non può derogare a un parametro fissato dal PGUAP e recepito nel Piano di Tutela delle Acque, strumenti sovraordinati che discendono dalla Direttiva europea 2000/60/CE. Né le norme provinciali né il d.P.P. 22-129/Leg. del 2008 prevedono la possibilità di ridurre i rilasci minimi garantiti.
La delibera, inoltre, non contiene alcuna Valutazione d’Incidenza, nonostante molti dei corsi d’acqua interessati attraversino siti Natura 2000 e ospitino specie protette come trota marmorata, scazzone, temolo e gambero di fiume. Il Comitato sottolinea anche l’inadeguatezza tecnica delle soglie introdotte: 0,5 litri al secondo per chilometro quadrato di bacino imbrifero, valori che in condizioni di magra rappresentano di fatto l’intera portata fluente. «La conseguenza non è un fiume più piccolo. È un fiume che smette di esistere per tratti», con habitat frammentati, pozze isolate, aumento delle temperature e diminuzione dell’ossigeno disciolto. Condizioni che possono portare rapidamente allo stress e alla moria dei salmonidi, già in difficoltà oltre i 19-20 gradi. A preoccupare è anche il meccanismo di applicazione: autodichiarazione, autoesecuzione e autocontrollo da parte dei Consorzi irrigui, privi delle competenze idrobiologiche necessarie per valutare gli effetti sugli ecosistemi. Nessun controllo preventivo, nessun soggetto terzo, nessuna sanzione. «Risultato: nessuno controlla», afferma il documento, evidenziando come la prescrizione più importante – il divieto di messa in secca dei tratti d’alveo – sia scomparsa dal dispositivo finale. Il Comitato denuncia inoltre il grande assente della delibera: l’idroelettrico. Le strutture tecniche provinciali avevano indicato come prioritaria la regolazione dei rilasci dai serbatoi, ma la Giunta non ha considerato questa opzione, nonostante la disponibilità di grandi invasi e il principio di gerarchia degli usi che colloca l’irrigazione davanti alla produzione energetica.
«C’è acqua per gli accordi interregionali e per il mercato elettrico, non ce n’è per il minimo vitale dei torrenti», si legge. La critica si estende alla gestione della domanda irrigua: reti che disperdono il 31,4% dell’acqua, impianti obsoleti, espansione delle monocolture idroesigenti, assenza di verifiche reali sugli accorgimenti di risparmio. Una situazione che, secondo il Comitato, premia l’inefficienza e incentiva comportamenti non sostenibili. Infine, la risposta politica: mentre si autorizza la deroga, l’assessorato parla di «nessun allarme» e propone nuovi invasi come soluzione futura. Una strategia che il documento definisce idrologicamente errata, ricordando che i bacini artificiali evaporano, riscaldano l’acqua, generano deficit di sedimenti e non risolvono il bilancio idrico in rosso. «Non è un’emergenza. È una scelta. E ne rispondiamo tutti», conclude il Comitato, annunciando iniziative in sede amministrativa, giurisdizionale ed europea. «Le acque del Trentino sono un bene comune. Non sono una riserva da saccheggiare».

