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Il Meteo

Ma cos’è “el Niño”?

Un fenomeno da cui dipendono molte cose

Ma cos’è “el Niño”?
  • Giacomo Poletti
  • sab 22 ago 2026 22:29

In queste ultime ore, le valli di Non e di Sole sono (finalmente!) state interessate da piogge battenti, con rovesci che non hanno deluso dopo un’estate fin qui paragonabile al 2003 per persistenza del caldo, sebbene con picchi estremi inferiori: nel 2003, ad esempio, a Cles l’osservatorio del Convento (poi dismesso) registrò uno straordinario valore di +41.8° il 9 agosto, contro i +36.0° toccati quest’anno alla nuova stazione di Maso Maiano. E se quest’anno Cles ha superato i 30°C per 54 giorni, nel 2003 i giorni totali “over 30” della stagione furono 57. I danni del binomio caldo-siccità al settore agricolo sono tangibili, per non parlare di boschi e prati ingialliti dai valori fuori scala. Sui media, adesso, si discute molto del Niño e dei suoi possibili effetti. Molti pensano, sbagliando, che il caldo di quest’anno sia stato causato dal fenomeno, ma il Niño si è sviluppato solo negli ultimi mesi e, come dimostrano gli studi, gli effetti a livello globale si manifestano con un ritardo di almeno 2-4 mesi dal suo consolidamento. Certo, la curiosità di capire se l’autunno e l’inverno saranno piovosi o nevosi è notevole. Vado con ordine: cos’è “el Niño”? Ne avevo già parlato nella puntata di novembre, che vi invito a leggere se vi piace il tema. Per restare sintetici, il fenomeno ciclico consiste in un vastissimo riscaldamento delle acque superficiali dalle coste del Perù verso ovest, lungo un’ampia regione del Pacifico equatoriale. El Niño – "il Gesù Bambino" in castigliano – raggiunge solitamente il picco nel periodo natalizio, come probabilmente avverrà anche quest’anno. Esso nasce da un indebolimento degli alisei, che permette all'acqua calda superficiale di rifluire verso est, verso le coste del Sud America.

Il fenomeno opposto, detto La Niña, vede invece il rinforzo degli alisei e lo spostamento dell'acqua superficiale calda verso l’Australia, con la risalita di acque più fredde (upwelling) davanti al Perù. L’oscillazione è irregolare e presenta una frequenza di 2-5 anni.

L’evento di quest’anno (che mancava dal 2022) si presenta poderoso e si innesta su temperature marine globali senza precedenti. El Niño 2026 è definito dagli studiosi preoccupante e inedito: libererà in atmosfera ulteriore calore, potenzialmente creando un nuovo step verso l’alto del riscaldamento globale. Gli effetti del Niño sul clima mondiale sono ben documentati e proprio con gli eventi più intensi si osservano le "teleconnessioni" più marcate, ovvero legami forti con l’andamento meteo di altre regioni del pianeta. Questa è una buona notizia per l’affidabilità delle previsioni stagionali. Come scrivevo a novembre, le ricerche non evidenziano grandi correlazioni dirette fra il Niño e l’Europa, dato che siamo agli antipodi rispetto al fenomeno. Tuttavia i meteofili trentini sanno che anni di forte Niño corrispondono spesso a periodi particolarmente piovosi qui. E allora viene quasi spontaneo chiedersi: se adesso c’è un Niño in formato "gigante", il prossimo inverno sarà eccezionalmente piovoso o nevoso? Vediamo cosa dicono le previsioni stagionali, elaborate basandosi proprio sulle anomalie delle temperature marine, che hanno una maggiore inerzia termica rispetto all'aria.

post-img

Per quanto riguarda le temperature, il quadro è chiaro: i prossimi quattro mesi (da settembre a dicembre) saranno più caldi della media. Secondo Copernicus, c’è una probabilità del 50%-60% che si collochino nel terzile superiore (ovvero tra gli anni più caldi).

E le precipitazioni? Le proiezioni sono discordanti per l’autunno, ma i modelli appaiono generosi per il finale d’anno. Copernicus ci colloca vicini alla media storica di precipitazioni fino a dicembre, mese in cui le piogge potrebbero aumentare. Allargando lo sguardo, notiamo però che a settembre e ottobre il Mediterraneo Occidentale è stimato con precipitazioni superiori alla norma. Ciò suggerisce un flusso atlantico umido più a sud del solito, che di riflesso potrebbe favorire qualche pioggia anche sulle Alpi, allontanando il rischio di ritorni siccitosi. La Noaa, ente americano, prospetta invece (qui il link per le precipitazioni previste: https://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/CFSv2/htmls/euPrece3Mon.html) un autunno secco con lo sblocco della situazione a dicembre – forse legato al consolidamento del Niño – visto dalle precipitazioni oltre la media, un pattern ipotizzato anche per gennaio 2027. Chi ama la neve deve sperare che queste proiezioni stagionali si rivelino accurate. A noi non resta che attendere per vedere quale modello avrà avuto ragione. In ogni caso non fasciamoci la testa: si tratta di proiezioni su medie mensili, il singolo evento, la singola nevicata, restano imprevedibili (e sempre possibili con ogni scenario) a così grande distanza.





 
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