Dato che in questi giorni si parla molto del 60° anniversario dell’alluvione del 1966 in Trentino, che cade il 4 e 5 novembre, ho pensato di proporvi qualche riflessione meteorologica, ma anche tecnica (sono pur sempre un ingegnere, portate pazienza!) sui fatti di quel tempo. La prima cosa curiosa da dire è che l’alluvione si è avuta, per quanto riguarda i fenomeni meteorologici, il 4 novembre, ma l’allagamento della città di Trento ha raggiunto i livelli massimi il 5 novembre.
L’alluvione del 1966 fu il risultato di un mix di fattori meteorologici, non si trattò “solo” di tanta pioggia: anzi, vi stupirà, forse, leggere che le piogge dell’evento del 1966 in realtà sono già state superate più di una volta in Trentino, ed anche largamente da Vaia nell’ottobre 2018. Eppure, i livelli dell’Adige e dell’acqua a Trento toccarono un primato storico (superiore anche al “famoso” 1882) mai più raggiunto.
Il 5 novembre, sul giornale l’Adige, ho avuto la fortuna di poter parlare della storia di Valerio Tomasi, l'unico uomo che vide "in diretta" il cedimento dell'argine dell'Adige poco a nord di Trento, a Roncafort. Il punto è quello dove oggi passa la ciclabile, che magari qualcuno di voi conoscerà, e la golena si allarga in un ampio prato come a ricordare con una sorta di cicatrice quel triste evento. Ma andiamo con ordine: la sera di quel venerdì 4 novembre del 1966, alle ore 23 circa, l'Adige ruppe, dando il via all’alluvione della città, posta qualche chilometro a sud. Valerio Tomasi, al tempo vigile del fuoco volontario e scomparso nel 2020 a 91 anni, era a bordo di una Campagnola, impegnato nel monitoraggio della piena; riuscì a girare l'auto appena pochi istanti prima di incappare nella rotta improvvisa, scorsa con un faro al buio, ed a dare l'allarme a Gardolo. Le acque si propagarono veloci incanalandosi lungo il cantiere della costruenda autostrada. Alle 23.30 l'Adige raggiunse la Sloi in via Maccani, dove scoppiarono i fusti di sodio. Nella notte l'acqua invase Trento come ben sappiamo. L’alluvione, nel frattempo, nel corso del pomeriggio aveva già devastato la val di Fiemme, alcuni abitati di fondovalle della val di Cembra (Casatta) e soprattutto la Valsugana, con i paesi sventrati dalle catastrofiche piene del Ceggio, del Moggio e del Larganza.
La val di Non, pur colpita, restò relativamente ai margini del disastro con danni materiali, ma senza perdite umane.
Ma come mai l’alluvione colpì ad est? E come mai così tante differenze fra i territori, e soprattutto come mai l’alluvione arrivò così velocemente?
Dal punto di vista meteorologico, l'alluvione del 1966 fu causata da una profonda saccatura atlantica che generò per risposta l’insorgenza di potenti flussi umidi meridionali sugli Appennini e sulle Alpi. Protagonista fu soprattutto lo Scirocco, da sud/est, con tanto di schianti da vento nei boschi sul Lagorai e in val di Fiemme (uno scenario simile, ma molto inferiore per intensità, a quello di Vaia). Il vento da sud/est tende a sollevarsi meglio sui rilievi del Trentino orientale, cosa che incrementa le precipitazioni orografiche. I totali di pioggia furono ovviamente abbondanti. Ma nel 1966, giocarono un ruolo fondamentale altri fattori, oltre alla “mera” pioggia: la fusione rapida della neve già presente a medie quote il giorno 4 fino ai 2500 metri, ad esempio, a causa dello Scirocco. Il contributo impetuoso dell'Avisio fu decisivo per l'esondazione dell'Adige, il cui livello esplose in poche ore nel pomeriggio del 4, al ponte di San Lorenzo dai 2 m quasi "ordinari" della piena in arrivo da nord di fine mattina, fino agli straordinari 6.30 m delle ore 22.30, tuttora record storico. Senza l’Avisio, insomma, l’Adige non sarebbe mai straripato, perché da nord la piena era relativamente ordinaria. Ma quasi metà della portata arrivava dall’Avisio all’altezza del Pont dei Vodi, a Spini. E per fortuna la “nostra” diga di Santa Giustina venne portata dall'ingegner Federico Menna ben 1 metro oltre la soglia autorizzata, trattenendo milioni di metri cubi (circa 3) nel momento in cui Trento finiva sott’acqua. Tenere a bada in Noce fu una decisione difficile presa appena 3 anni dopo il disastro del Vajont, sotto la sua propria responsabilità, che scongiurò danni devastanti per Verona e la pianura!
Vi posto delle mappe particolari: la prima, a sinistra, è il cosiddetto geopotenziale a 500 hPa (circa 5500 metri di quota) del pomeriggio del 4 novembre 1966. Le frecce indicano il vento a quella quota: si nota il profondo flusso meridionale con piogge da stau sui rilievi appenninici e sulle Alpi orientali.
Le alluvioni infatti colpirono Grosseto, Firenze e Trento, che a ben vedere, e non per caso, sono tutte sulla stessa linea. Si vede in azzurro aria più fresca in arrivo da ovest, ma ormai a fine evento, quando l'alluvione era in corso.
Ai 2063 m della diga del Fedaia, ai piedi della Marmolada, si passò dalla giornata di gelo del 1° novembre (estremi di giornata -6.0°/-2.0°) alle temperature positive del giorno 4 con estremi giornalieri di +2.0°/+7.0°: pioggia e neve fusa gonfiarono straordinariamente l'Avisio perché appunto i monti erano abbastanza carichi di neve fino a quote medio/basse.
A Moena il totale dell'alluvione del '66 fu di 151.4 mm, mentre con Vaia nel 2018 ne caddero più di 300 (!), ad esempio ben 320.6 mm nella vicina Predazzo. Anche nelle valli di Non e Sole, come ben sappiamo, Vaia portò piogge senza precedenti, purtroppo con una vittima. Eppure, la tempesta Vaia fu un evento innestato di fatto su una siccità, senza fusioni nivali e con un Trentino protetto da molti interventi effettuati negli anni dai Bacini Montani. Nel 1966, invece, anche se la pioggia ebbe tempi di ritorno inferiori, il territorio era già abbastanza saturo (sempre a Moena, a ottobre erano caduti 145 mm e ben 277 mm ad agosto), c'era tanta neve da fondere e soprattutto mancavano le opere di difesa odierne: un mix sufficiente per devastare in poche ore Trento e il Trentino orientale.
La domanda che molti si pongono è: nel nuovo clima con cui dobbiamo e dovremo fare i conti, alluvioni simili sono ancora possibili? La risposta non può che essere affermativa. Come ho scritto spesso, purtroppo il nuovo clima vede situazioni sempre più frequenti di blocco: lunghe fasi anticicloniche senza nessuna pioggia, ma quando piove, piove più forte perché in un mondo più caldo la maggior temperatura dei mari fornisce all’atmosfera più vapore acqueo. Il fatto che possa piovere a quote più alte e con neve oltre i 2000 metri anche in pieno inverno, incrementa il rischio di alluvioni anche per i bacini più piccoli. Le opere realizzate negli anni, e le dighe, rendono oggi il Trentino molto più resiliente rispetto al passato, ma non bisogna mai e poi mai sottovalutare la forza dei fenomeni naturali, che restano senz’altro possibili pur con tempi di ritorno dell’ordine della nostra vita.
