CALDES. Sono giunti a conclusione, in piazza san Bartolomeo, i lavori di restauro del frammento di affresco raffigurante l’Ultima Cena. L’opera, realizzata da un pittore di ambito trentino tra il 1475 e il 1500, rappresenta l’unico elemento superstite della decorazione presente nella chiesa vecchia di Caldes, demolita alla metà dell’Ottocento.
L’affresco si trova sul campanile, unico elemento architettonico sopravvissuto dell’edificio sacro di età medievale, citato nei documenti fin dal 1374.
Il restauro, promosso dalla parrocchia di Caldes con il totale accollo delle spese da parte del Comune di Caldes e la supervisione della Sovrintendenza per i beni culturali della Provincia, è stato affidato al restauratore Giuseppe Delpero.
“È un restauro che – commenta il sindaco Antonio Maini - abbiamo sostenuto economicamente volentieri, per il valore artistico del campanile romanico e per un’opera che torna leggibile alla comunità.
Con essa si rinforza l’energia culturale già molto viva nel borgo di Caldes”.
Il restauro ha ridato visibilità a una serie di figure consunte dal tempo: fotografie scattate solo un decennio fa davano bene il senso di quanto il degrado sia andato avanti, ora fermato e in parte rimediato dall’opera di restauro.
La scena del cenacolo vede al centro un Gesù “multitasking” che, nel contempo, regge Giovanni addormentato, porge un pezzo di pane a Giuda, seduto dall’altra parte del tavolo e segnato dalla pelle più scura, e schiaccia con il braccio un gambero, simbolo dell’errore e del peccato (cammina all’indietro) e della resurrezione (cambia colore con la cottura), diventato emblema della vittoria sul male. Gli apostoli sono inusualmente posti su entrambi i lati della tavola, che presenta anche coltelli, pezzi di pane e probabilmente un capretto; un apostolo è raffigurato nell’atto di bere.
Proprio il contenuto dei bicchieri vitrei, trasparenti, propone il vino rosso ma non solo: un bicchiere sembra contenere un liquido giallo dorato, da identificare forse con vino bianco, il “bonum vinum album purum de vasa bene bullitum” (buon vino bianco puro di botte da mosto ben fermentato), di alta qualità delle Cappelle attestato nelle fonti fin dal XII secolo, come quello prodotto dai fratelli Martino e Guido "de vico Bordellana", che negli atti rogati dal notaio Giordano tra il 1156 e il 1172 vengono investiti dal vescovo Adelpreto a titolo di locazione delle vigne esistenti nel territorio di Bozzana. “Potremmo definirlo – commenta argutamente Maini – come il primo Maor della Val di Sole”). E se si trattasse addirittura di una birra? Il che sarebbe, in attesa di approfondimenti, straordinario.


