TRENTO. Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del Ministero dell’Ambiente che modifica gli allegati del DPR 357/1997, l’Italia ha formalmente recepito il declassamento del lupo previsto dalla recente modifica della Direttiva Habitat dell’Unione Europea. Il provvedimento, firmato dal ministro Gilberto Pichetto Fratin sotto la regia politica del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, sposta il lupo dall’Allegato D, che garantiva una protezione rigorosa, all’Allegato E, riservato alle specie per le quali possono essere previste misure di gestione e forme di prelievo meno stringenti.
Si tratta di un passaggio normativo rilevante, che ha immediatamente riacceso il dibattito politico, scientifico e sociale intorno alla presenza del grande carnivoro in Italia. Secondo i dati ISPRA, la popolazione nazionale è stimata in circa 3.500 esemplari. Contestualmente al decreto di modifica degli allegati, è stato infatti pubblicato anche un provvedimento che stabilisce il “tasso massimo annuo di prelievo”: per il 2026 il tetto teorico è fissato a circa 160 lupi, ripartiti tra Regioni e Province autonome.
Durissima la reazione della LAV (Lega Anti Vivisezione), che in un comunicato del 22 gennaio 2026 parla apertamente di “via libera alla caccia al lupo” e di un “atto violento e intollerabile” dopo decenni di protezione. Secondo l’associazione animalista, il provvedimento risponde esclusivamente alle pressioni delle lobby venatorie e allevatoriali e ignora sia la volontà della maggioranza dei cittadini italiani, storicamente contraria all’uccisione dei lupi, sia il parere della comunità scientifica internazionale.
«I lupi verranno ammazzati perché gli allevatori non vogliono proteggere adeguatamente i propri animali – afferma Massimo Vitturi, responsabile Animali Selvatici della LAV – e perché le Regioni non hanno mai investito seriamente nella convivenza.
È una scelta che tradisce anche lo spirito della Costituzione, che dal 2022 tutela ambiente e animali come principi fondamentali».
La LAV sottolinea inoltre come l’uccisione dei lupi non riduca le predazioni sul bestiame, come dimostrato da numerosi studi scientifici, mentre la normativa europea e nazionale obbliga gli allevatori ad adottare misure preventive incruente, come le recinzioni elettrificate, la cui efficacia è ampiamente comprovata. L’associazione annuncia battaglia legale contro qualsiasi atto regionale che autorizzi abbattimenti e contro il Disegno di legge di revisione della legge 157/1992, definito “sparatutto”, che potrebbe ridurre ulteriormente le tutele per il lupo.
Su una linea diversa, ma non meno critica, si colloca l’associazione Io non ho paura del lupo, impegnata da oltre dieci anni nella promozione della coesistenza tra attività umane e grandi carnivori. L’associazione invita a distinguere il piano simbolico da quello giuridico: il declassamento non rende automaticamente il lupo una specie cacciabile né autorizza abbattimenti indiscriminati.
«È fondamentale chiarirlo subito: il lupo resta una specie particolarmente protetta dalla legge 157/92 – spiegano – e qualsiasi intervento deve essere compatibile con il mantenimento di uno stato di conservazione soddisfacente». Il numero di 160 abbattimenti rappresenta un limite massimo teorico, non un obiettivo e non costituisce di per sé un’autorizzazione.
Secondo l’associazione, il vero problema non è tanto il declassamento in sé, quanto l’assenza di un quadro nazionale chiaro: mancano un piano nazionale di gestione e conservazione del lupo, criteri di monitoraggio condivisi e dati aggiornati e omogenei.
Un recente studio sulla mortalità del lupo in Italia, basato su dati istituzionali, evidenzia come in molte Regioni il monitoraggio sia frammentario, incompleto o fermo a diversi anni fa, rendendo fragile qualsiasi decisione gestionale anche dal punto di vista legale.
Entrambe le posizioni convergono su un punto centrale: senza prevenzione non esiste gestione efficace. Recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica agli allevatori, innovazione tecnologica e informazione sul territorio restano gli strumenti principali per ridurre i conflitti.
«Il lupo è tornato per restare – conclude Io non ho paura del lupo – pensare di governare questa presenza solo con strumenti repressivi è illusorio. Senza chiarezza normativa, qualità del monitoraggio e capacità di intervenire in modo mirato nei rari casi critici, il rischio è quello di moltiplicare contenziosi e scontri ideologici, lasciando irrisolti i problemi reali della convivenza».
Il tema lupo continua così a oscillare tra propaganda politica, paure diffuse e necessità di scelte basate sui dati. La sfida, sempre più evidente, non è decidere se il lupo debba esistere, ma come rendere compatibile la sua presenza con le attività umane, tutelando al tempo stesso una specie simbolo della biodiversità e il lavoro di chi vive nelle aree rurali.

