Parliamo spesso di disuguaglianze come fossero qualcosa di normale, magari un effetto non voluto dello sviluppo, qualcosa di inevitabile nell’attuale processo economico. Una dozzina di miliardari possiede la ricchezza pari a qualche miliardo di persone sparse nel mondo. I dati che in questi giorni ci sono stati forniti dal World Economic Forum di Davos - località della Svizzera - ci dicono però un’altra verità: le disuguaglianze non sono un incidente di percorso, non nascono casualmente dal sistema, ma vengono costruite, tollerate e non combattute.
I dati recenti mettono in evidenza che in Italia, nell’anno appena trascorso, la ricchezza dei pochi miliardari è aumentata in media di 150 milioni di euro al giorno. Chiediamoci se e come sia possibile. Tutto questo nasce dalla meritocrazia? Sul fatto, cioè, che siccome sono i più bravi e i più esperti si meritano un aumento così enorme? C’è chi pensa così. Il che vuol dire che i poveri lo sono per loro colpa. Sono poveri perché non hanno voglia di studiare o di lavorare, non hanno nessuna iniziativa...
Non si guarda ai dati di partenza che spesso rendono l’ingiustizia una strada diritta e prevedibile. Voglio dire che non ci si chiede come mai, ad esempio, il sistema fiscale faccia pagare a questi ricchissimi in proporzione meno di un insegnante o un infermiere.
E ci possono essere inoltre situazioni familiari di grave disagio o di malattia. Allora la questione diventa politica e morale.
È palesemente ingiusto che chi guadagna di più contribuisca meno al benessere di tutti, mentre il peso ricade inevitabilmente su redditi da lavoro sempre più precari. Essere molto ricchi o diventarlo non impone una maggior attenzione al bene comune, a ciò di cui i cittadini abbisognano (sanità, scuola, ecc.), ma è considerato un trofeo.
Don Milani, con i suoi ragazzi a Barbiana, sosteneva che la prima cosa da fare perché ognuno possa raggiungere una vita dignitosa, è che debba avere le stesse possibilità di tutti, cominciando dalla cultura. Se tu vivi, raccontava, in una famiglia dove per tanti sforzi che tu faccia non puoi conoscere più di trenta o cinquanta parole, sarai sempre inferiore a chi ne può conoscere centinaia, dato che ha tutti gli strumenti economici per poterlo fare. Dipendono dunque anche dalle condizioni familiari e dal luogo in cui si nasce. Ma c’è di peggio.
Viene messo bene in risalto dalle parole che possiamo leggere su Avvenire del 20 gennaio: «La domanda fondamentale, quando parliamo di Paesi formalmente democratici, è come sia possibile che le diseguaglianze non siano diminuite con la democrazia.
Perché è evidente che il 99,9% degli elettori dovrebbe sostenere misure politiche di progressività fiscale su reddito e ricchezza che redistribuiscono valore dallo 0,1% più ricco verso di loro. Il rapporto (Oxfam) lo spiega indicando come i super ricchi usino il loro potere economico per finanziare e condizionare le campagne elettorali dei politici che, una volta eletti, lavorano per realizzare il programma dei finanziatori. Gli stessi inoltre condizionano mezzi di comunicazione tradizionali e social per orientare l’opinione pubblica in direzione di tale agenda» (Leonardo Becchetti).
Se vogliamo davvero fare qualcosa contro questa normalizzazione dell’ingiustizia e per mantenere in atto una democrazia che si possa ancora considerare tale, bisogna che la società civile si organizzi su temi come fiscalità, istruzione, equilibrio tra lavoro e capitale… Altrimenti tanto vale sostenere in politica e in economia non chi è competente, ma chi è più simpatico.

