TRENTO. La povertà non è solo economica: è assenza di legami, relazioni fragili, isolamento che non si vede. La ricerca sulla povertà relazionale fotografa un Trentino che deve imparare a leggere una nuova vulnerabilità. La povertà non è solo mancanza di reddito. È assenza di legami, relazioni fragili, isolamento spesso invisibile. Anche in provincia di Trento, territorio con un welfare tra i più avanzati del Paese, cresce una forma di disagio silenzioso: la povertà relazionale. È questo il quadro che emerge dalla ricerca «Solitudini e povertà nelle relazioni», presentata questa mattina alla Fondazione Caritro di Trento, in un incontro promosso dalla Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale insieme alla Consulta provinciale delle Politiche sociali. Non un convegno fine a sé stesso, ma il punto di partenza di un percorso concreto: insieme ai risultati, è stato ufficialmente avviato il Tavolo di lavoro sulle Solitudini.
“I dati e le testimonianze che avete raccolto ed elaborato – ha affermato l’assessore alla salute Mario Tonina - sono una fotografia sociologica del nostro territorio e un appello diretto alla responsabilità politica e istituzionale. I risultati del report affermano che il benessere materiale o l'efficienza burocratica da soli non bastano a garantire una salute sociale delle nostre comunità. Diviene quindi vitale lavorare in una maniera diversa, uscendo dalla logica dell’emergenza e pianificare un lavoro fatto di visione, adottando una strategia preventiva. La nostra strategia deve sradicare eventuali pregiudizi culturali e promuovere contesti d’ascolto e il coinvolgimento dei territori. Sono temi centrali di cui si è parlato anche con la Cooperazione e dei quali ci stiamo occupando nelle Case di Comunità. Queste vogliono essere punti di riferimento relazionali capaci di coordinare le risposte di prossimità e in questi luoghi il volontariato avrà un ruolo ancora più importante. Noi crediamo molto nel volontariato, tanto che nel 2025 il consiglio provinciale ha approvato all’unanimità la nuova legge per sostenerne lo sviluppo. Il volontariato è un pilastro essenziale del sistema sociale trentino, una risorsa strategica che riesce a coinvolgere e motivare soprattutto i giovani a mettersi in gioco, a dare il proprio contributo alla comunità e per questo deve essere sempre più ringraziato e valorizzato come merita".
Paolo Tonelli, presidente della Consulta provinciale delle politiche sociali ha ribadito come chi ha bisogno, ha diritto di avere una risposta, mentre Alessandro Sicora, docente ordinario del Dipartimento Sociologia e Ricerca Sociale di Trento ha aperto i lavori inquadrando il fenomeno nel suo duplice volto: quello sommerso, fatto di vergogna e reticenza, e quello visibile, ormai impossibile da ignorare per i servizi territoriali.
"Le reti che costruiamo attorno a noi - ha spiegato - servono a unire dei punti, ma la loro funzione non è mai neutra. Possono trasformarsi in una trappola che imprigiona, oppure possono diventare un sistema di salvezza che sorregge in caso di caduta.”
Federica Sartori, dirigente del Servizio Politiche Sociali della Provincia Autonoma di Trento, ha posto l'accento sul nodo strategico: come costruire risposte istituzionali efficaci di fronte a un bisogno che spesso non emerge, non chiede aiuto, non si riconosce nemmeno come tale. “Si tratta della prima indagine qualitativa sul tema condotta sul territorio provinciale - ha dichiarato la curatrice della ricerca di Fondazione Trentina per il Volontariato sociale, Beatrice Valline - realizzata in collaborazione con la Consulta provinciale delle Politiche sociali tra febbraio e marzo 2026 attraverso 4 focus group e 14 interviste a operatori e operatrici del sociale che lavorano quotidianamente a contatto con le fragilità. Il metodo è scelto con cura: non numeri a freddo, ma testimonianze dirette di chi ogni giorno si confronta con il disagio invisibile.
Un dato significativo è il legame circolare tra condizioni economiche e relazioni sociali. La mancanza di risorse limita le occasioni di socialità; l'isolamento, a sua volta, indebolisce le opportunità economiche e lavorative. In Trentino, dove il tasso di famiglie a rischio povertà (6,9%) resta contenuto rispetto alla media nazionale, cresce però la fragilità legata alla precarietà e alla bassa intensità lavorativa. Uno dei risultati più forti riguarda ciò che non si vede: stigma, vergogna e invisibilità impediscono alle persone di chiedere aiuto e rendono difficile per i servizi intercettare il bisogno in tempo. Molte situazioni restano sommerse, come anziani soli, famiglie fragili, giovani in ritiro sociale, persone con disabilità o di origine straniera. La ricerca mette in luce anche le differenze territoriali. Nelle valli emergono dinamiche specifiche, tra cui l’isolamento legato alla mobilità e ai servizi, difficoltà linguistiche e culturali e spesso una forte chiusura comunitaria. Anche i territori economicamente solidi, insomma, possono registrare alti livelli di isolamento sociale.
Un punto condiviso da tutte le persone intervistate è il ruolo del volontariato, considerato un pilastro insostituibile del welfare locale.
Spesso è il primo capace di intercettare le fragilità, costruire relazioni e ridurre le solitudini, prima ancora che i servizi formali ne vengano a conoscenza. “La sfida ancora possibile è creare, attraverso una responsabilità condivisa e con la forza del volontariato, le condizioni affinché ciascuno possa trovare spazi e tempi per stare bene nel mondo - ha proseguito Beatrice Valline -. Accanto a questo riconoscimento emergono però criticità reali: difficoltà nel coinvolgere i giovani, rischio di sovraccarico per i volontari e necessità di maggiore coordinamento".
Come spiegato da Sara Paternoster, Direttrice coordinamento attività aziendali per attuazione Prescrizioni Sociali dell’Asuit, e Roberta Casagranda, Presidente di Pronti Qua ODV, le Prescrizioni Sociali, strumento già sperimentato in provincia di Trento con progetti come C.O.P.E., Con-Tatto e Un respiro per chi si prende cura, rappresentano uno dei modelli più concreti per collegare il sistema sanitario e i servizi pubblici ai bisogni sociali. Medici e operatori sanitari "prescrivono" attività di socialità, collegando pazienti vulnerabili a reti e organizzazioni del volontariato locale.
L'evento ha segnato un passaggio operativo importante: non solo restituzione dei dati, ma avvio formale del Tavolo di lavoro sulle Solitudini, con l'obiettivo di costruire strategie condivise tra istituzioni, servizi e territorio. Tra le proposte emerse nel laboratorio rafforzare la prevenzione, migliorare il coordinamento tra servizi, sviluppare reti di «sentinelle territoriali» capaci di riconoscere l'isolamento prima che diventi crisi. Fondamentali per il presidio territoriale, anche gli strumenti, già presenti ma da valorizzare, delle Case della Comunità e dei Patti educativi, in grado di intercettare, collegare e presidiare le situazioni di fragilità.
La sfida evidenziata dalla ricerca, in definitiva, non è solo economica o organizzativa: è sociale e culturale. Perché la solitudine non riguarda «qualcuno», ma attraversa l'intera comunità. Il vero rischio, oggi, è che resti invisibile.

