Già dal titolo avvertiamo che quanto Papa Leone XIV scrive non è generato dalla paura per il nuovo, non è una condanna del nostro tempo mettendosi al di fuori o al di sopra di esso. Rievoca invece speranze, gioie e preoccupazioni che sono di tante persone. L’umanità è meravigliosa e il papa «credente fra i credenti», contempla «nel volto del Figlio una magnifica umanità, che «illumina anche il tempo dell’intelligenza artificiale» (233). Per più di cento volte torna la parola “dignità” dell’uomo e per sessantun volte compare l’espressione “bene comune”, due aspetti della vita di questo nostro tempo assolutamente importanti e decisivi se si vuole che gli uomini non tornino a «una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa ma disumana», dove ciò che conta veramente è la logica «dell’efficienza e del profitto» a tutti i costi. Da evitare, in questa possibile nuova Babele è il potere «concentrato in poche mani» di attori «privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità d’intervento superiori a quelle di molti governi». Questa è la preoccupazione del papa, il suo grido di denuncia e il suo appello a «restare profondamente umani». La famiglia umana non diventi «vittima delle sue stesse conquiste» (94). In ogni modo il papa è ben cosciente che «qualsiasi affermazione sull’intelligenza artificiale rischia di diventare obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo» (98). A chi pensa che un pontefice non debba immischiarsi in questioni troppo mondane risponde, come già il suo predecessore Leone XIII, che «l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli», soprattutto quando l’altro può essere «ridotto a mezzo» e Dio completamente escluso. Oggi è necessario «ricostruire, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta richiamano la dispersione delle lingue», la città degli uomini, «trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità» (10).
La verità potrebbe essere la prima vittima di un processo non equilibrato. Non è difficile notare, infatti, che proprio la verità è sotto attacco a causa della disinformazione, dei contenuti manipolati e della polarizzazione algoritmica, che corrodono le basi stesse della democrazia. «Per questo è importante che le nuove generazioni siano educate a «digiunare» dall’illusione di perfezione della macchina e a sviluppare un pensiero cristico. (cfr. N 137 - 140)» Oltre alla verità potrebbe diventare vittima dell’uso distorto dell’IA anche il lavoro, se si mirasse a massimizzare il profitto e dequalificare i lavoratori, perché quando la disoccupazione cresce a dismisura, non solo toglie reddito a famiglie e società, impoverendole, ma distrugge la dignità umana e disgrega il tessuto familiare e sociale (Cfr. N. 151, 166). Anche la libertà è minacciata da nuove e invisibili schiavitù legate all’economia digitale (lavoro silenzioso sottopagato, estrazione crudele di terre rare e «colonialismo dei dati»). «Proprio per questo la memoria della complicità e della cecità di ieri sull’ingiustizia della schiavitù diventa per noi un richiamo alla vigilanza...» (cfr n. 173,178). L’enciclica mette certamente in risalto i pericoli di un certo uso dell’IA, ma chiarisce che la tecnologia non è una «forza antagonista rispetto alla persona», né «di per sé un male». «Si ha di più ma non si è di più», avverte. «Ciò che pare pericoloso a Leone XIV è un potere che «tende a farsi opaco e a sfuggire al controllo pubblico» facendo crescere «il rischio di uno sviluppo distorto che genera nuove dipendenze, esclusioni, manipolazioni e disuguaglianze». Non solo. «Pochi gruppi influenti possono orientare informazioni e consumi» o «condizionare i processi democratici». “In più passaggi il Pontefice sollecita «scelte pubbliche lungimiranti» e regolamentazioni anche internazionali per sottoporre a gestione statale l’uso dei dati e delle tecnologie, «così che il criterio non sia il solo profitto, ma la dignità di ogni persona e il bene dei popoli».
Quindi sottolinea: «Non basta invocare genericamente l’etica. Servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito». Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo». E’ infatti illusorio ritenere gli algoritmi «neutrali e oggettivi» quando, invece, «rispecchiano e rafforzano stereotipi o posizioni di chi li ha progettati», quando hanno la capacità «di selezionare chi merita e chi no», quando sono concepiti «in modo da trattare alcune vite come meno degne».(cfr. Giacomo Gambassi, avvenire.it) Leone XIV mette in guardia dalle derive del transumanesimo e del postumanesimo, teorie che pensano che l’uomo così com’è e come lo conosciamo, ha fatto il suo tempo ed è «materiale da perfezionare o da oltrepassare», grazie soprattutto alla tecnologia e a un uso distorto che ne può derivare. L’uomo è meraviglioso sempre, anche nel limite e nella fragilità che aprono alla relazione e all’esperienza spirituale e non vanno quindi considerati «un errore da correggere» (12) La sfida è «far crescere la tecnica senza far regredire il cuore». Perché «l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza» ma immagina «un progresso che serve la persona e i popoli», non «che li piega a logiche di potere». La lettura di questo documento è senz’altro impegnativa, ma «questa enciclica si erge come un manifesto profetico fondamentale: ci esorta ad assicurarci, con tenacia e amore, che ogni frammento di innovazione tecnologica sia sempre e perennemente inchinato di fronte a un valore assoluto e intoccabile: la magnifica dignità della persona umana». (https://dg.saveriani.org)

