Economia Trento

La spesa che cambia il clima: quando un’etichetta fa la differenza

Da una ricerca dell’Università di Trento emerge che informazione visiva e tassazione mirata possono trasformare le abitudini alimentari e ridurre le disuguaglianze

La spesa che cambia il clima: quando un’etichetta fa la differenza

TRENTO. Il cibo che consumiamo è responsabile di circa un quarto delle emissioni di gas serra prodotte dall’essere umano. L’Agenda 2030 dell’ONU punta a modelli sostenibili di produzione e consumo, ma quanto conosciamo davvero l’impatto ambientale dei prodotti che acquistiamo? Un’etichetta chiara potrebbe orientare scelte più consapevoli. Ne è convinto il gruppo di ricerca dell’Università di Trento, autore di uno studio pubblicato sul Journal of Environmental Economics and Management. Nel 2020 i ricercatori hanno ricreato un supermercato online del Regno Unito, chiedendo a oltre 5mila persone di simulare la propria spesa. «I prodotti selezionati coprivano circa il 90% dei consumi tipici delle famiglie inglesi», spiega Michela Faccioli, docente dell’Ateneo. L’obiettivo era confrontare il comportamento dei consumatori in diversi scenari per capire quali misure riducessero meglio l’impronta di carbonio.

Sono state testate due politiche: una “morbida”, basata su etichette ambientali colorate che indicano le emissioni di CO₂ dei prodotti; e una “dura”, una tassa sul carbonio applicata agli alimenti più impattanti, come carne rossa, formaggi e pesce. Le sole etichette ecologiche riducono l’impronta carbonica del carrello del 5,6%, con beneficio netto per il consumatore ma impatto limitato. Una tassa sul carbonio di 60 sterline per tonnellata riduce invece le emissioni del 9,8%, ma costa circa 79 sterline a persona all’anno e risulta regressiva, colpendo maggiormente le famiglie a basso reddito. L’effetto più rilevante emerge quando etichette e tassa vengono introdotte insieme: la riduzione delle emissioni è pari a quella della tassa piena, ma con un’aliquota dimezzata (27,86 sterline). Le etichette guidano infatti verso alternative meno inquinanti, mitigando l’impatto economico. Questo approccio genera un guadagno sociale netto di 13,20 sterline a persona, circa il doppio rispetto alla sola tassa.

La svolta arriva con la redistribuzione del gettito fiscale: se il ricavato della tassa venisse restituito alle famiglie in forma di rimborso pro capite, la misura diventerebbe proporzionale o leggermente progressiva. «La ridistribuzione azzera le disuguaglianze», sottolinea Marco Tomasi, primo autore dello studio. Le famiglie con impronta carbonica più alta risultano anche le più sensibili alle etichette. «Chi ha una dieta ricca di carne reagisce maggiormente all’informazione visiva», spiega Carlo Fezzi, professore dell’Università di Trento. Ciò indica che fornire informazioni chiare può stimolare scelte ecologiche proprio nei gruppi con maggiori margini di miglioramento. Lo studio “The welfare impacts of carbon taxes and labels on food demand” è disponibile online e sarà pubblicato anche in versione cartacea.