Salute Val di Non

Cles, quattro medici si dimettono da Ortopedia

Lascia il primario Romano insieme ai dottori Boi, D’Orazio e Zancan. La consigliera Demagri: «In un anno il presidio ha perso figure chiave. Ora servono risposte sul futuro dell’ospedale»

Cles, quattro medici si dimettono da Ortopedia

CLES. Quattro ortopedici lasciano contemporaneamente l’ospedale «Valli del Noce». Il primario Luigi Umberto Romano, i dottori Marino Boi, Luca D'Orazio, Federico Zancan hanno rassegnato le dimissioni, aprendo un nuovo fronte sul futuro del presidio ospedaliero di Cles. Una decisione che arriva a poche settimane dall’inizio della stagione invernale, quando un ospedale di montagna è chiamato ad affrontare il tradizionale incremento dell’attività legata al turismo e agli incidenti sulle piste da sci. La partenza dei quattro professionisti interessa un reparto che negli anni, insieme all’intera équipe sanitaria e assistenziale, ha costruito una riconosciuta esperienza nella chirurgia protesica Fast Track e nella traumatologia, contribuendo a fare dell’ospedale di Cles un punto di riferimento e a consolidarne il ruolo di terzo polo ospedaliero del Trentino.

A richiamare l’attenzione sulla vicenda è la consigliera provinciale di Casa Autonomia Paola Demagri che definisce le dimissioni «un segnale d’allarme» per la sanità provinciale.

«Perché quattro medici decidono di andarsene contemporaneamente? – domanda – Non conosco le motivazioni personali di ciascuno di loro, ma quando una decisione simile riguarda quattro professionisti dello stesso reparto non siamo più di fronte a scelte individuali». Il caso di Cles, secondo Demagri, si inserirebbe in un processo più ampio di progressivo indebolimento degli ospedali di valle. Nel giro di un anno, viene ricordato, il presidio ha perso il primario di Chirurgia, la primaria di Anestesia, una ginecologa e ora quattro medici ortopedici. A preoccupare non è soltanto la perdita numerica di personale, ma soprattutto la dispersione di competenze costruite nel tempo. «Il prestigio di un ospedale non si crea con una delibera, ma con la fiducia che i cittadini hanno nei medici e nella squadra che vi lavora», viene sottolineato. Perdere professionisti con esperienza significa, secondo Demagri, mettere in discussione competenze, credibilità e attrattività maturate attraverso anni di lavoro. La situazione avrebbe inoltre ricadute sul personale che rimane. «Vedere oggi compromesso questo lavoro lascia colleghi ed operatori destabilizzati, privati di punti di riferimento e della loro naturale passione», afferma, evidenziando il rischio che l’impoverimento dell’organico finisca per incidere anche sulla fiducia degli operatori rispetto al futuro del presidio.

Nel mirino della consigliera finiscono sia la responsabilità politica sia quella gestionale. Da un lato viene contestata l’assenza, negli anni, di una visione sufficientemente chiara sul futuro dei presidi periferici. «Da anni sentiamo parlare di “sanità di prossimità”, ma nei fatti manca una visione sul futuro dei presidi periferici», rileva chiamando in causa la governance aziendale, alla quale viene attribuita la necessità di non limitarsi a gestire le emergenze e sostituire il personale che se ne va, ma di intercettare preventivamente i segnali di difficoltà, valorizzare le professionalità e trattenere le competenze. La vicenda, dunque, riporta al centro il tema della tenuta degli ospedali di valle e della capacità di garantire una sanità pubblica vicina ai cittadini.