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Giornata della Memoria e Domenica della parola

dom 31 gen 2021 12:01 • By: Renato Pellegrini

Un cammino concreto per la Chiesa

Scrivo queste righe nel Giorno della Memoria; un cielo grigio che minaccia ancora neve, sta piano piano diventando scuro. Tutto intorno c’è silenzio, che forse rinchiude in sé la paura del virus e delle sue varianti. Dopo essere rientrato a casa rileggo qualche pagina del Diario di Etty Hillesum, ebrea morta ad Auschwitz nel novembre del 1943. Scriveva: «Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore». Poche righe dopo auspicava un tempo di pace, che deve essere trovata «prima di tutto da ognuno in se stesso, quando ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo di qualunque razza o popolo…»

Liberarsi dall’odio vuol dire anche, per noi oggi, sconfiggere il virus dell’indifferenza, quella voglia maledetta di girare lo sguardo dall’altra parte per non vedere e imprimersi nella memoria ciò che è stato in un tempo che a noi sembra lontano, ma che lontano non è, e ciò che ancora accade: i cadaveri in mare di chi cerca dignità e i profughi in Croazia costretti a vivere come animali. Realtà ben distante dallo sterminio di sei milioni di Ebrei, di zingari e altri innocenti, ma simile nel cancellare il senso di umanità. «Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo». Sono parole scritte da Primo Levi, che richiamano a essere attenti, svegli, perché ciò che c’è stato può tornare.

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Non di colpo, perché anche la gramigna vuole il suo tempo per crescere. Si comincia con parole che sono come spade affilate, si continua con qualche azione che discrimina e toglie dignità e si finisce per far scomparire chi si è abituati a considerare inferiore o comunque detestabile e nemico. Occorre sapersi indignare: beato chi sa ancora indignarsi!

Non sembri irrispettoso l’accostamento della Giornata della Memoria con la Domenica della Parola, che i cristiani hanno celebrato qualche giorno prima: le comunità cristiane hanno riflettuto sul valore di quello che Dio ha detto e che troviamo nella sacra Scrittura, soprattutto nel Vangelo. Lì incontriamo la parola di Gesù, sempre unita a opere di liberazione e guarigione. Non solo parole rivolte a un Padre buono che è nei cieli, ma parole che diventano vita che vince la morte, che portano dignità dove c’è degrado. Parole che sanno trasformare la vita. Una frase di Gesù ci invita a riflettere seriamente: «I poveri li avrete sempre con voi». È una frase da non dimenticare. Non è invito alla rassegnazione. Papa Francesco l’ha resa subito attuale durante l’Angelus di domenica 24 gennaio. Ha ricordato un uomo, un barbone, morto di freddo come altri a Roma. «Ci sia di motivo quanto detto da san Gregorio Magno – ha detto il Papa – che dinanzi alla morte per freddo di un mendicante affermò che quel giorno non si sarebbero celebrate Messe perché era come Venerdì Santo». La Chiesa oggi forse è troppo attaccata ai riti per avere questo coraggio. Ci sono pagine terribili dei padri della Chiesa contro chi discrimina i bisognosi, magari per poter onorare l’Eucaristia. Scriveva San Giovanni Crisostomo: «Vuoi onorare il Corpo di Cristo? Non trascurarlo quando si trova nudo. Non rendergli onore qui nel tempio con stoffe di seta, per poi trascurarlo fuori, dove patisce freddo e nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio Corpoˮ, è il medesimo che ha detto: “Voi mi avete visto affamato e non mi avete nutritoˮ, e “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avete fatto a meˮ... A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro, quando Lui muore di fame? Comincia a saziare Lui affamato, poi con quello che resterà potrai ornare anche l’altare».

Consapevole di questo il vescovo Lauro, per tramite della Caritas, della Protezione civile e d’intesa con la Provincia autonoma, ha voluto che siano approntati quaranta posti letto per senza dimora nella Chiesa di San Massimiliani Kolbe in località Centochiavi a Trento. È il cammino concreto della Chiesa che il vescovo indica a tutti i cristiani.



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