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Tempo di vergogna per la mia Chiesa

dom 10 ott 2021 12:10 • By: Renato Pellegrini

Lo sgomento di fronte all'ampiezza degli abusi sessuali nel mondo ecclesiastico

VALLI DEL NOCE. Dominique Greiner in “La Croix” scrive: «Reagendo pubblicamente dopo la pubblicazione della Ciase mercoledì durante l’udienza generale, papa Francesco ha espresso la sua “tristezza” e il suo “dolore” per i traumi vissuti dalle vittime. “È il momento della vergogna”, ha dichiarato: “La mia vergogna, la nostra vergogna per la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere le vittime al centro delle sue preoccupazioni”». Un’espressione forte usata già martedì dal presidente della Conferenza episcopale francese, Mons. Eric de Moulins-Beaufort, e ripresa da altri responsabili, per esprimere il loro sgomento e sconvolgimento interiore di fronte alla scoperta dell’ampiezza degli abusi sessuali nella Chiesa.

Si tratta di oltre duecentomila bambini abusati da preti e religiosi e molte migliaia da persone che collaboravano nelle parrocchie. Il tutto a partire dagli anni 70, praticamente fino ai nostri giorni. Una serie infinita di fatti criminali perpetrati all’ombra delle chiese, là dove si predicava la bontà di Dio Padre, ingannando chi li pensava al servizio dei più fragili.

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Sì, dovremmo tutti vergognarci. «La vergogna è un sentimento che spinge a voler scomparire, a sottrarsi allo sguardo altrui per paura di essere giudicati. Manifestare pubblicamente la propria vergogna, con parole, ma anche con silenzi o atteggiamenti, è accettare di non essere più al centro. È mettere le vittime al primo posto nelle nostre preoccupazioni, essere solidali con queste persone che, in un doloroso e perverso rovesciamento hanno spesso e a lungo vissuto con vergogna quello che avevano subito». Esprimere la propria vergogna è anche volerne uscire e lasciar intravedere che si è pronti a interrogarsi sulla propria parte di responsabilità. È “la mia vergogna, la nostra vergogna”, ha detto Francesco, invitando in questo modo tutti i fedeli ad assumere la dimensione collettiva di questa responsabilità perché la giustizia a favore delle vittime sia restaurata. Fino al giorno in cui ci sarà di nuovo possibile guardarle negli occhi e sostenere il loro sguardo. Senza ombra né vergogna sul volto.

È la mia Chiesa che mi fa arrossire, il suo prolungato tradimento del Vangelo di Gesù, il suo tragico clericalismo, incapace di affrontare la sua malattia, che anzi si nasconde dietro al velo del sacro. Amo questa Chiesa, nonostante tutto, perché mi ha condotto a Gesù Cristo. E concordo con Pierangelo Sequeri, teologo, che annota su Avvenire che la riconquista della differenza sostanziale fra uno stile ecclesiale devoto e sentimentale, carezzevole e possessivo, e quello evangelico di Gesù ci dovrà costare lacrime e sangue nei prossimi anni. E solo così ridiventeremo credibili. «Meno chiacchiere di sacrestia e futili dispute su quante candele o quanti kyrie eleison. La nostra espiazione deve essere una cosa seria. Proprio essa dovrà onorare la fede che ci è stata consegnata e riconciliare la comunità con il ministero che le viene dedicato. Dovremo vedere i frutti di questa espiazione, per essere sicuri che il suo seme ha rivoltato la terra. Dio sa fare questo. E se siamo credenti, chiediamogli di avere il coraggio di affondare l’aratro, anche dove fa male».



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