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Sara Podetti, una mano tesa a profughi e migranti

sab 12 mar 2022 17:03 • By: Lorena Stablum

Il racconto della lunga attesa di gente che fugge da guerre, persecuzioni e povertà

COMMEZZADURA. Ha solo 26 anni, ma ha la maturità e la consapevolezza di chi ha visto da vicino la sofferenza e il dolore. Di chi conosce bene i patimenti di uomini, donne e bambini, intere famiglie in fuga dalla guerra, dalle persecuzioni e dalla povertà alla ricerca di un futuro migliore, più dignitoso e sicuro. La storia di Sara Podetti parte da Commezzadura e arriva fino a Lesbo, nell’isola della Grecia, una delle frontiere europee più “calde”, dove più che in altri luoghi si sperimenta ogni giorno la politica comune europea in materia di migrazioni. Afgani, curdi, siriani, iracheni, palestinesi, africani subsahariani, congolesi, somali ed eritrei: è in quest’isola del Mediterraneo che approdano per poter raggiungere, un giorno, uno dei paesi europei per costruirsi una nuova vita. Ed è qui, tra un’umanità dolente, che troviamo Sara Podetti che, con una laurea in Antropologia culturale, si dà da fare per aiutare e alleviare per quanto è possibile le pene di questi migranti. Per MAM Beyond Borders onlus, coordina un progetto che, con un team di ostetriche volontarie, si occupa di donne in gravidanza offrendo un supporto sanitario in un periodo così delicato della vita di una donna e promuovendo di attività di consulenza, corsi di accompagnamento al parto, di salute riproduttiva e sessuale, e di sostegno all’allattamento naturale e sul supporto individuale in puerperio.

 “È dal 2015 che frequento i luoghi di frontiera lavorando per diverse associazioni - racconta -. A Lesbo sono arrivata per la prima volta da indipendente nel 2016. Stavo facendo l’Erasmus a Istanbul, dove tenevo dei laboratori di disegno per bambini. Sentivo di questi arrivi nelle isole greche e sono partita. Era il momento più intenso degli arrivi e davo una mano a un’organizzazione che gestiva la primissima accoglienza, fornivamo thè caldo, coperte, vestiti e generi di prima necessità. Allora sembrava che la crisi umanitaria dovesse passare velocemente, in realtà poi è diventata stabile. I migranti sono stati costretti a rimanere sull’isola anche per lungo tempo per effetto degli accordi sulla richiesta di asilo stipulati tra Unione Europea e Turchia. Un campo pensato inizialmente per 3.

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000 persone è arrivato così, in alcuni periodi, a ospitare anche 20.000 persone in situazioni precarie e difficilissime”. Nel settembre del 2020, il campo di Moria, il più grande campo profughi d’Europa è andato distrutto in un furioso incendio, i migranti che vi vivevano sono stati evacuati e un nuovo centro è stato allestito a qualche chilometro di distanza.

Chi sono le persone che trovano riparo nel campo?

“Qui vivono le persone che fuggono da guerre e persecuzioni e attendono risposta alla domanda d’asilo. La nazionalità dipende dalla crisi del momento. Inizialmente c’erano moltissimi siriani, ora l’80% della popolazione del campo è afgana. Ci sono palestinesi, iracheni, curdi… Per la maggior parte si tratta di famiglie. Ci sono tantissimi bambini, circa il 30% sono minori. Sono tutte persone che hanno vissuto e hanno imparato a vivere in situazioni difficilissime e spesso non chiedono più di quello che noi volontari possiamo offrire. I bisogni sono tanti e diversi: c’è chi ha bisogno di assistenza psicologica, i bambini avrebbero bisogno di educazione e scolarizzazione, ci sono persone con malattie croniche o con necessità specifiche. Ma quello che vogliono è un posto sicuro dove vivere. Sono tutte in cerca di un luogo in cui crescere i propri figli in attesa di poter tornare un giorno nel proprio paese d’origine. Lo vediamo anche oggi con la crisi umanitaria ucraina: nel loro cuore hanno tutti questa speranza”.

Quali sono le condizioni di vita?

“Tante famiglie, in particolare quelle più fragili e vulnerabili, vivono all’interno di container, altri in tenda. La vita nel campo non è dignitosa e non è affatto semplice. I bagni sono distanti e per raggiungerli spesso bisogna fare tanta strada. Il cibo non è fresco, è cotto o confezionato. Pensiamo alle donne in gravidanza, che avrebbero bisogni invece di mangiare cibo sano e nutriente…”

A Lesbo si vedono da vicino gli effetti delle politiche migratorie dei paesi europei. Cosa ne pensa e quali sono gli interventi che andrebbero attuati?

“L’argomento migrazione è complesso e non è possibile rispondere in modo semplice, si rischierebbe di banalizzare. Quello che vedo è che tutto viene trattato sempre come fosse un’emergenza. Ma se nel 2016 era un’emergenza, oggi non lo è più. È una situazione che si protrae nel tempo che si dovrebbe aver imparato a gestire. Quindi, la prima cosa, secondo me, è guardare al fenomeno delle migrazioni in modo diverso. Dopodiché si dovrebbe lavorare per fare in modo che l’accoglienza non sia solo quella immediata, volta a soddisfare le prime necessità. Le comunità europee che, poi, accoglieranno queste persone devono essere preparate, informate, educate, formate in modo che la società abbia gli strumenti per poter accogliere senza i pregiudizi che poi creano razzismo e discriminazioni. Per il resto, il sistema degli hotspot per come è strutturato oggi non funziona perché crea tantissima sofferenza e va ripensato grazie anche a una politica europea comune tra gli stati membri. I migranti devono fare domanda di asilo e aspettare l’esito qui, senza possibilità di potersi spostare. Se non ci fossero le Ong in questi campi le persone sarebbero veramente abbandonate, a volte per anni”.

Ora l’Europa si sta confrontando con una nuova emergenza umanitaria che è quella ucraina. Quali sentimenti prova quando vede le immagini di queste persone?

“Mi fa molto arrabbiare. È aberrante quello che sta succedendo in Ucraina e nessuno se lo immaginava. Quello che mi preoccupa molto è la strumentalizzazione che potrebbe esserci di queste persone. Spesso i politici usano i migranti per fare discorsi politici, di consenso o per ricatti ad altri stati. Non vengono mai visti per quello che sono, e cioè delle persone. Per la prima volta, l’Europa sta prendendo delle decisioni storiche ed è un bel segnale perché significa che, se vuole, l’Europa può rispondere alle crisi in maniera lungimirante. L’altro aspetto positivo è la grande solidarietà che si sta vendendo in queste ore da parte della gente comune. Ne avevo sentito la forza anche a Lesbo nel 2016. Quando c’è bisogno, c’è tutta una parte di popolazione che si sente chiamata a donare”.

Chi volesse aiutare la sua associazione come può fare?

“Sicuramente seguire i nostri social o visitare il sito web (www.mambeyondborders.org, ndr) è già un grande aiuto. È possibile anche sottoscrivere la tessera MAM oppure fare una donazione”.

Per sostenere le attività dell’associazione nel campo di Lesbo è possibile donare al conto corrente IT94Y0306909606100000103294 con causale “Progetto Grecia”.



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