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La differenza cristiana

dom 29 mag 2022 14:05 • By: Renato Pellegrini

La domanda: 'Chi posso giudicare mio amico o mio nemico?'

Durante la Via Crucis due donne, due amiche, una ucraina e una russa, hanno portato insieme la croce

VALLI DEL NOCE. La guerra sconvolge stili di vita, cancella differenze tutt’altro che marginali, esalta la violenza e sopprime ogni dignità.

Così, quando papa Francesco ha voluto far portare la croce nella Via crucis al Colosseo a una donna della Russia insieme a una donna dell’Ucraina, a una donna del Paese invasore e a una donna del Paese invaso, è scoppiato lo scandalo. Proprio quando Gesù dice ai discepoli: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo, e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano», definisce con chiarezza la differenza cristiana. Egli aggiunge, infatti, «Se amate quelli che vi amano, quale merito avete? Non fanno così anche i pubblicani?  E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,43-47). Le reazioni talvolta incontrollate della cultura laica non destano alcun stupore: la differenza cristiana è irritante. Fa impressione, invece, che fedeli e vescovi ucraini, abbiano espresso con decisione il loro dissenso dalla decisione di papa Francesco. È parso loro che il gesto coincidesse con un rifiuto di discernere fra la vittima e l’aggressore, fra il giusto e l’ingiusto.

In alcun modo mi permetto di giudicare dalla mia tranquilla scrivania dubbi e turbamenti di coloro che piangono i loro morti, che ogni giorno sentono sibilare le bombe sulla loro testa, che passano le loro ore nei rifugi e ne escono con l’interrogativo angosciante: troverò ancora in piedi la mia casa? Gesù per primo me ne dissuade: «Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati» (Lc 6,37) Anche papa Francesco, del resto, ha mostrato la sua comprensione rinunciando a far dire la preghiera che era stata preparata per l’occasione, facendola sostituire con un momento di silenzio, nel quale ciascuno potesse mettersi davanti al Signore, esternando a Lui la sua pena. Con tutto ciò l’episodio resta un evento con implicazioni profonde ed esige una seria disamina.

Prima ancora di osservare il cristiano posto di fronte alla sfida dell’incontro diretto col suo nemico, è necessario domandarsi chi io abbia il diritto di ritenere mio nemico.

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In caso di guerra è fuori dubbio che sia mio nemico il capo del governo con i suoi ministri e i membri del parlamento che hanno approvato con il loro voto un’aggressione contro il mio popolo. E prima di dover affrontare l’arduo comandamento dell’amore dei nemici, devo impedirmi di farmi trascinare dalla propaganda di ambedue le parti, che istiga all’odio come è sempre avvenuto nelle guerre, al fine di compattare i popoli e renderli disponibili ai sacrifici che loro si impongono. Possiamo ad esempio considerare i russi, ai quali è negata la libertà di dissenso, responsabili delle decisioni del loro governo? Possiamo davvero negare la nostra compassione al soldato diciottenne, mandato da Putin al macello, a combattere in Ucraina senza sapere per chi e perché? Anche qui ci imbattiamo nella differenza cristiana. Infatti nel mondo antico la responsabilità collettiva era sempre più importante della responsabilità delle singole persone. Gesù capovolge questo modo di ragionare e dice con chiarezza che ciascuno renderà conto delle sue azioni (Mt 16,27). Un capovolgimento così radicale e innovativo nemmeno il cristianesimo è riuscito a seguirlo con coerenza senza assoggettarsi alla mentalità diffusa. Può essermi amico o nemico una persona, non un popolo!

È difficile ascoltare in questi giorni senza una rivolta interiore, racconta Severino Dianich, un teologo approdato in Italia come esule da Fiume nel 1948, il racconto di una ragazza russa, che vive da annui in Italia, e che ora non vuole andare a scuola per non essere insultata dai compagni. Sono questi i frutti tragicamente amari di ogni guerra giusta o ingiusta che la si voglia ritenere. «La stessa coscienza cristiana può oscurarsi al punto da negare che due persone amiche possano pregare insieme, perché una è russa e l’altra ucraina. Si è temuto, e non senza ragione, l’urto simbolico che avrebbe avuto sull’opinione pubblica mondiale lo spettacolo… di due giovani donne, legate da profonda amicizia, rappresentanti di lutti e sofferenze di due popoli in guerra, con la croce di Cristo in mano, a dire insieme: «Padre nostro che sei nei cieli (…) rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Eppure proprio qui si riconosce il punto d’urto fra la missione del cristianesimo e il mondo». (Severino Dianich) Se le comunità cristiane, mente l’umanità viene trascinata verso la catastrofe, non sapessero fare altro che discettare sulla guerra giusta e su quella ingiusta, e perdessero la capacità di gridare al mondo la Parola di Cristo, ci sarebbe da temere di essere arrivati al punto paventato da Gesù: «Se anche il sale perde il sapore, con che cosa verrà salato? Non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via. Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti». (Lc 14,34)                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    



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