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La Chiesa alla prova

dom 05 giu 2022 12:06 • By: Renato Pellegrini

Accanto alla voglia di voltare pagina, continua nella parte più sensibile del Paese l'esigenza di riflettere sulle conseguenze della pandemia sulla società

Finalmente “liberi”! È questa la sensazione che viviamo un po’ tutti dopo che il primo maggio scorso sono state abolite le restrizioni, che per troppo tempo hanno condizionato la nostra vita a causa di un virus maledetto. Ci sono purtroppo nel cielo ancora grosse nubi nere per il dramma della guerra in Ucraina.  Tuttavia, accanto alla voglia di voltare pagina e celebrare il ritorno alla normalità, continua nella parte più sensibile del Paese l'esigenza di riflettere sulle conseguenze della pandemia sui più svariati ambiti della società.

In questo discernimento è coinvolta anche la Chiesa e il cattolicesimo italiano, che escono sicuramente malmessi e frastornati da un periodo, che da un lato ha accompagnato la vita delle comunità cristiane e dall’altro ha innescato varie sfide dagli esiti incerti circa il futuro della fede cristiana. C’è chi asserisce che i due anni di crisi pandemica hanno accentuato il declino della Chiesa e della cultura cattolica in Italia e la perdita di attrattività e rilevanza sociale e spirituale.

A un primo sguardo la Chiesa è parsa infatti piuttosto marginale nella gestione dell’emergenza sanitaria, a fronte di un apporto più fecondo di medici, infermieri e uomini di scienza. Ma è anche vero che in alcune diocesi, come la nostra, anche la Chiesa si è mossa in stretta unione con le autorità sanitarie, proponendo con coraggio alcune strade che magari hanno anche dato fastidio a qualche fedele integralista.

Questi cattolici, generalmente vicini alla destra politica, hanno dato luogo a un deprecabile «scisma sommerso», che a ragione il vescovo Giacomo Cirulli definisce non da sottovalutare, perché «è uno scisma in atto, cercato con molta determinazione».

Tornando alle difficoltà della Chiesa in questo tempo post pandemico, c’è da prendere in attenta considerazione il fatto assolutamente positivo di una carità delle diocesi che si è dimostrata, pur in mezzo a mille difficoltà, viva e operosa, che ha saputo prendersi a cuore le sorti di molte persone malate o colpite dal lutto.

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È, a mio avviso, ancora il segno di una vitalità sostenuta dal Vangelo, parola portata agli uomini «perché abbiano vita in abbondanza» (Cfr. Gv 10,10). Tuttavia c’è chi ha messo in evidenza che questo cristianesimo «continua a fare l’infermiere della storia», anche se non pare più in grado di incidere sulle coscienze e di offrire un apporto significativo per il discernimento spirituale nelle diverse situazioni.

La dimensione spirituale pare dunque allontanarsi dalla storia delle donne e degli uomini; se ad essa si ricorre non è generalmente per aderire a Cristo e al suo Vangelo, ma per una tradizione che pone al centro se stessi, qualche volta la voglia di festa, altre volte il pretesto per una manifestazione di paese o rione. C’è anche chi afferma che la dimensione escatologica, vale a dire la riflessione sulla vita dopo la morte, sia diventata ancora più evanescente.

Non c’è dubbio che l'esperienza della pandemia ha accentuato la distanza culturale e religiosa tra quanti vivono un'appartenenza cattolica nominale o anagrafica rispetto ai soggetti che esprimono un cattolicesimo più impegnato. É proprio l'area grigia della religiosità, quella che ha vissuto il tempo della pandemia senza un particolare coinvolgimento religioso, che nel post-pandemia appare restia a riprendere i contatti con gli ambienti ecclesiali, riducendo ulteriormente la sua presenza ai riti comunitari e la domanda di sacramenti. Non ci si può comunque limitare a riflettere sul calo della partecipazione ai riti comunitari, sulla difficoltà di proporre nel tempo attuale le consuete attività pastorali, sul fatto che i giovani siano sempre meno presenti negli ambienti ecclesiali.

La pandemia è stato anche «un tempo di Grazia»: sono diminuite molte consuete attività, ma si è ripreso a riflettere sulle cose che contano anche da un punto di vista cristiano. In questo quadro la sospensione o riduzione delle attività ha permesso alle chiese locali (cioè alle parrocchie) più sensibili  di dedicare più tempo alla preghiera e alla formazione personale e comunitaria e di dare più spazio alle domande di senso che oggi interpellano le coscienze, sulla presenza o assenza di Dio nei periodi bui della vita umana, sul senso del vivere e del morire, di riscoprire e rafforzare le relazioni tra i membri della comunità (tra i preti, i laici e le famiglie assidue), di porre maggiore e costante attenzione alle persone in difficoltà.

È stato un periodo che ha suggerito di guardare e interpretare i segni dei tempi alla luce del Vangelo. «Qualcuno parla di una conversione spirituale della Chiesa di base, a seguito appunto del lockdown. Altri di una Chiesa che si comprende e prefigura come più leggera, più snella, in quanto la riduzione al minimo delle attività ha avuto un effetto purificante. Per altri ancora, il lockdown ha fatto emergere la fragilità delle comunità parrocchiali, che era già ampiamente visibile anche se perlopiù nascosta dall'attivismo. Una fragilità che solleva la questione centrale del tipo di fede che viene proposta e trasmessa dalle varie comunità, di quale rappresentazione di Dio venga veicolata oggi dalla presenza cristiana; vista la "poca fede" delle persone che prima frequentavano e ora sono disperse, e il grande vuoto dei ragazzi e dei giovani negli ambienti ecclesiali». (Franco Garelli)



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