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Alla scoperta dell’ultima gallina del vecchio Tirolo

mer 05 ago 2020 • By: Alberto Mosca

Le alleva nella sua fattoria Monica Brunelli Thaler

Questa è la storia di una ricerca tuttora in divenire. Sulle tracce dell’ultima razza di galli e galline autoctone del vecchio Tirolo rimasta, persa nella memoria, sopravvissuta in sperduti masi della Val d’Ultimo/Ultental e di Proves, riscoperta e valorizzata da Monica Brunelli Thaler, imprenditrice agricola di Cles, accasata nel maso Nöderhof di Proves/Profeis, nel Deutschnonsberg, la Val di Non tedesca.

Oggi nota come Proveis- Ultentaler Huhn, fino a meno di un secolo fa era la tipica gallina campagnola del Tirolo. Una specie avicola con caratteristiche proprie, talvolta fotografata, come nel caso del grande linguista svizzero Paul Scheuermeier (1888- 1973) a Peio il 17 giugno 1921. Raffigurata in un dipinto a Castel Thun. A partire dal secondo dopoguerra questa razza avicola venne soppiantata da galline di importazione, frutto di selezioni e incroci, tanto che di questa Tiroler Landhuhn non si parlò più. Fino a che Monica, con tanta caparbietà e l’aiuto di specialisti come Alessio Zanon (Parma) che sta lavorando ad un atlante delle razze autoctone italiane, Robert Höck (Innsbruck) e del Museo degli Usi e Costumi di San Michele, ne ha studiato i caratteri, avviando nuove linee di sangue.

“L’avicoltura mi ha sempre interessata – spiega Monica – e con particolare interesse ascoltavo da mio suocero i suoi ricordi su queste galline, che in rari casi ancora si vedevano in giro… poi sono arrivati i social e in un gruppo ho conosciuto Alessio Zanon, che mi confermò di avere visto queste galline in Val di Cembra ormai trent’anni fa…”. La cosa è diventata una sorta di caccia al tesoro, fatta di ricerche nei masi alti della Val d’Ultimo e di Proves (“All’inizio mi prendevano per matta, poi mi hanno aiutata…”) e poi sulla stampa otto e novecentesca, specialmente tra le pagine dei giornali agricoli. Un grande lavoro che ha portato ad una conclusione: ci sono i presupposti per dire si tratta di una specie con caratteristiche precise, residuo di una popolazione che un secolo fa era capillarmente diffusa in tutto il Tirolo storico. Una gallina, spiega Monica, che è fatta apposta per la vita in montagna, che ha “l’istinto del maso”: una gallina rustica, che non ha particolari problemi alimentari e quindi allevata in modo sostenibile con patate cotte e crusca, senza mangimi; l’istinto del maso si vede la sera, quando all’imbrunire spontaneamente se ne torna nel pollaio; è una gallina piuttosto longeva, gonfia di piume, dalle creste più piccole e rosse, dai tarsi di colore scuro, adatta al tempo freddo.

In una foto di P. Scheuermeier del 1921, a Peio la gallina tirolese

“Anche se – aggiunge Monica – tutte le galline hanno bisogno del caldo, tanto che una volta si tenevano nella stalla ma perfino nella stua di casa, in cucina… nei masi ancora si vede una porticina che serviva alle galline, non ai gatti…” Veniamo ora al nome: perché “Proveis-Ultentaler”? “Quando si individuano dei relitti come questi – spiega Monica - si dà il nome della zona in cui sono stati trovati: perciò questa gallina, che nei testi troviamo indicata come “dei contadini” e “tirolese” (“Tiroler Landhuhn”, “Landhuhn”) ha preso il nome dai luoghi in cui ha resistito in vita fino a oggi”. Appunto, resistito. Nel Novecento infatti la diffusione di altre specie avicole importate, ibridate e selezionate per una maggiore produzione di uova e carne, portò malattie, come il colera aviario, per il quale la gallina tirolese non era dotata di anticorpi, con una conseguente moria generale. Per questo solo i masi alti e isolati hanno permesso alla specie di sopravvivere, garantendo la purezza della specie e una certa prolificità. “Solo in Ulten le galline potevano sparire per tre settimane e poi tornare a farsi vedere con 15 pulcini al seguito…”

“L’abbiamo presa per le piume”, conferma Monica, in un momento in cui sopravvivevano solamente 50-60 esemplari compresi nello standard, dai quali poi si sono avviate nuove linee di sangue. Una corsa contro il tempo. “Ho ancora le capostipiti, oggi hanno 5-6 anni, e rimarranno con noi fino alla loro morte naturale… Ora la scommessa da vincere è quella del mantenimento della purezza di questa specie, fare squadra con gli allevatori e arrivare ad un riconoscimento ufficiale”. In conclusione, la storia di questa gallina nostrana è emblematica anche in termini di scoperta e valorizzazione dell’identità: “Se noi contadini vogliamo difenderci – conclude Monica Brunelli Thaler - dobbiamo riscoprire gli animali autoctoni che rappresentano la nostra storia, la cultura popolare, valori molto più alti rispetto alla produzione esasperata o la bellezza da concorso: dalla gallina tirolese alla mucca grigia alpina e alla capra mochena, dobbiamo avere l’orgoglio di quanto di buono abbiamo, specialità su cui pure si fonda l’Autonomia”.



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