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Sonia Fedrizzi, fotografa di food

sab 05 set 2020 • By: Lorena Stablum

Da Mezzana a Milano, rende appetitosi i piatti per importanti riviste italiane

Giallo Zafferano, Cucina Moderna... Chissà quante volte avete sfogliato una rivista di ricette, vi è venuta l’acquolina in bocca ammirando quei piatti così gustosi, ben descritti e fotografati sulle pagine patinate di quello o di quell’altro magazine senza sapere che l’autrice di quelle immagini è una fotografa della Val di Sole. Nata a Mezzana e figlia dei due insegnanti di scuola elementare del paese, Sonia Fedrizzi è oggi una stimata fotografa di food che lavora per le principali riviste italiane dedicate alla cucina, collaborando, in particolare con il Gruppo Mondadori. Dopo la maturità classica e un periodo di lavoro a Marilleva, approda a Milano quando la città era la «Milano da bere», un luogo pieno di possibilità che sapeva premiare il talento. Qui frequenta lo IED, l’Istituto Europeo di Design, ha modo di lavorare a fianco di importanti fotografi e apre un proprio studio scegliendo di dedicarsi solo alla fotografia di cibo «perché – spiega – ho sempre pensato che fosse importante specializzarsi». Da allora (era il 1986), ne ha «macinati» di scatti e di piatti arrivando ad avere, negli anni fiorenti, anche tre, quattro immagini in copertina al mese.

Come si è avvicinata alla fotografia? E come mai ha scelto proprio il settore del food?

Mi è sempre piaciuta. Forse a trasmettermi il gusto dell’estetica e per il bello è stata la mamma, che aveva una vena artistica. E forse anche uno zio che si dilettava nella pittura. Mi è sempre piaciuto poi realizzare ricette e fotografarle e quando, ho iniziato io, questo settore della fotografia era ancora agli albori. Allora non erano molti i fotografi che si dedicavano alla fotografia di cibo. Oggi è tutto diverso, molte cose sono cambiate.

Ci spiega meglio?

La Milano degli anni ’80 e ’90 era una città molto frizzante, non c’era internet, non c’era chi si improvvisava, non esistevano i blogger che spesso oggi rovinano la piazza. Fare il fotografo non era un hobby, ma una professione che richiede lavoro, studio, formazione, conoscenza.

Cosa significa fotografare piatti e pietanze?

La fotografia serve a rendere appetibile il cibo, anche quello più brutto.

Torta di fichi (Ph. Sonia Fedrizzi)

L’obiettivo è quello di invogliare chi legge o sfoglia la rivista a provare la ricetta che è descritta. Questo lo si fa usando la luce, attraverso la disposizione degli alimenti nel piatto, con i colori…

C’è un cibo, una ricetta che fotografa meglio di altri?

Mangio pochissima carne, sono quasi vegetariana eppure quello che riesco a fotografare meglio è proprio la carne. Per i piatti di carne ho ricevuto parecchi complimenti. Una cosa che non mangio volentieri, poi, sono anche i dolci e faccio fatica a renderli bene.

Come si prepara per fotografare un piatto?

Ci sono delle figure che preparano i cibi e a volte mi è capitato di lavorare anche con grandi chef. Una volta anche con Davide Oldani, una persona squisita e di grande semplicità. Ma il 90% delle volte faccio tutto io. Per fare questo lavoro bisogna essere anche un po’ cuochi. In base alla ricetta che mi fornisce il committente, faccio la spesa, scelgo come cucinare e poi come impattare il cibo. La preparazione di un piatto è complessa, la fotografia di food non è immediata. Bisogna conoscere bene la materia prima, come reagisce alla cottura e quando fermala… ci sono dei trucchi per rendere fotograficamente appetitosi i cibi, ma non si bara. Il cibo rimane commestibile. Non è come in pubblicità dove si punta alla perfezione del piatto. La fotografia deve invogliare a mangiare quel cibo. È una grande differenza.

Quanto lavoro di post produzione c’è per rendere appetitoso un cibo?

Ho iniziato con la pellicola e il passaggio al digitale è stato faticoso. Il digitale appiattisce il lavoro. Con la pellicola, prima di ogni scatto si pensava molto, si stava molto attenti al tipo di pellicola da usare, si studiavano i colori, si lavorava con il banco ottico. La resa era diversa. Ora si lavora moltissimo in post produzione, purtroppo. Si lavora sempre con la luce, ma il concetto è diverso. Manca, ad esempio, la latitudine di posa di una volta. Il mondo però va avanti.

 

 



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