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Plou or plow?

sab 05 set 2020 • By: Laura Abram

Una parola per dire piovere o aratro

“El pueu!” (o el pleu/el plou/el plueu, come sempre dipende dalle zone): piove! Il verbo “piovere” deriva, con qualche evoluzione fonetica, dal latino pluere, forma che si è mantenuta quasi identica in noneso; tra le varianti locali del nostro dialetto si annovera, infatti, anche pluever. Ma, se ci discostiamo un attimo dal primo significato che spontaneamente attribuiamo all’espressione “el pleu”, ci rendiamo conto che essa può averne anche un altro: quello di aratro. Questo caso di omonimia non si riscontra in italiano, mentre è curioso notare che, se ci affacciamo alla lingua inglese, la parola usata per definire l’aratro è pressoché identica a quella nonesa: plow (scritto anche plough in inglese britannico). Ed ampliando ancora lo sguardo, questa somiglianza si riscontra in moltissime lingue germaniche: il tedesco Pflug, l’olandese ploeg, il danese plov, il norvegese plog; e slave: il polacco, il serbo, il croato e lo sloveno plug, il ceco, lo slovacco e l’ucraino pluh.

Per vederci più chiaro, andiamo a leggere un estratto della “Naturalis Historia” (18; 48) di Plinio il Vecchio, che, nella sua trattazione sugli aratri, menziona proprio la nostra zona geografica: (172) […] Non pridem inventum in Raetia Galliae duas addere tali rotulas, quod genus vocant plaumorati. Non molto tempo fa è stato studiato, nella Rezia Cisalpina, di aggiungere a questo (aratro di cui si parlava in precedenza) due ruote, chiamandolo plaumoratum. La formazione del vocabolo plaumoratum, apparso per la prima volta nel I secolo d.C. nel testo di Plinio, è dibattuta tra gli studiosi ma, ciò che conta, è che sembra essere all’origine di termini successivi, come ad esempio plovum, utilizzato nell’editto di Rotari (643 d. C.), la prima legge scritta dei Longobardi. Si inizia quindi a parlare dell’aratro “di tipo plovum”, per distinguere l’aratro a carrello da altri di struttura diversa e sprovvisti di ruote. Quest’etimo plovum si ritrova poi nei dialetti di area settentrionale, zona in cui l’aratro a ruote era diffuso, diversamente da altre parti d’Italia in cui era sconosciuto. Ecco probabilmente perché non è rimasta traccia in italiano di quest’etimo di origine celtica: in Toscana, culla della nostra lingua, era in uso un altro tipo di strumento: l’aratrum e non il plovum. Ma, tornando al nostro plovum, anche se l’origine di questo nome rimane dibattuta e meriterebbe studi ben più approfonditi, pare interessante l’affinità con il termine latino plaustrum o plostrum, il carro romano a due ruote. Anche per questo motivo, studiosi propongono di far risalire tutti questi termini di ampia diffusione europea ad una radice tematica plau-/plo-, che li racchiuderebbe tutti. Non potendo trovare una risposta immediata a queste complesse derivazioni linguistiche, è comunque interessante sapere che, con buona probabilità, è nella nostra zona che si è sviluppato l’aratro a ruote e, con esso, ha iniziato a diffondersi anche il suo nome, che si è conservato nei nostri dialetti e non nell’italiano.  



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