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Un modo nuovo di vivere, una nuova libertà

dom 15 nov 2020 13:11 • By: Renato Pellegrini

Una riflessione dedicata al tempo di oggi, tra regole imposte, ribellioni, necessità di prendersi cura l'uno dell'altro

Da Caldes, vista sulle cime innevate

Stiamo vivendo tempi poco buoni: dalla libertà spensierata siamo passati a una specie di prigionia, costretti a un simile modo di vivere dal diffondersi vertiginoso dalla pandemia. I medici e chi governa il bene comune ci suggeriscono di stare in casa, di limitare le uscite per motivi strettamente necessari. Insomma è cambiato il ritmo che la nostra vita aveva fino a qualche tempo fa. Già in primavera avevamo sperimentato questa condizione, ma poi, venuta l’estate, pensavamo che tutto o quasi si sarebbe risolto. Ma ora ci sembra di dover reinventare tutto, e in modo particolare il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio.

Quasi spontaneamente si manifesta in modo spontaneo la ribellione di chi non accetta i limiti imposti; si nota una litigiosità tra le forze politiche che non si vede in altri stati d’Europa. C’è un forte bisogno di trovare un capo espiatorio, qualcuno su cui scaricare le colpe se le cose non vanno bene. La responsabilità personale pare come nascosta, timida e impaurita. Forse ci è difficile accettare l’idea che questa pandemia non è colpa di nessuno, né di Dio, né di qualche stratagemma umano.

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È semplicemente il segno evidente e drammatico della nostra fragilità e mortalità, Noi non siamo immortali, non siamo neanche onnipotenti: siamo viventi che nascono, crescono, declinano e muoiono. Viviamo giorni fotografati da Giuseppe Ungaretti nella poesia intitolata Soldati: «Si sta / come d’autunno / sugli alberi / le foglie». Nel mondo occidentale la morte è diventata un tabù di cui non parlare e da rimuovere con ogni mezzo. Però succede che, come in un film di Bergman, che magari lascia che ti illuda di essere scappato lontano e poi beffarda ti raggiunge. Nessun essere umani può evitare questo incontro.

Tutti conosciamo inadempienze, ritardi ed errori che sono commessi dai governanti, dagli scienziati, da tanti altri soggetti a cui compete la vigilanza a beneficio di tutti. Ma da parte di molti si è manifestata e si manifesta ancora, una certa mancanza di responsabilità verso la salute propria e altrui. Oggi qualcuno mi ha dimostrato il suo disappunto perché il vescovo Lauro ha introdotto, in accordo con le autorità sanitarie, ulteriori restrizioni per la partecipazione alla messa domenicale. Concludendo con la classica frase che ormai non c’è più religione. E invece, ho ribattuto, occorre aprire gli occhi e guardare nella giusta direzione; non verso i templi, ma verso gli ospedali, non verso il volontariato, verso le case di riposo, verso chi rende più vivibile e più gioiosa la vita. Troviamo lì i nuovi sacerdoti. Oggi è possibile rendere culto a Dio più nel prendersi cura dell’altro che nell’entrare in una chiesa. (Il che non significa escluderlo necessariamente).

Vorrei che in questo tempo dove lo stare lontani pare l’unica salvezza, ci chiedessimo: «Come posso essere vicino a chi ha più bisogno di me di non sentirsi solo e dimenticato»? E chi invece può vivere in una stessa casa, sotto uno stesso tetto con altri, eserciti la mitezza, la pazienza e l’ascolto, perché anche questo è difficile e faticoso quando si vive insieme.

C’è ancora una lunga strada da fare. E l’uomo sarà sempre chiamato a inventarsi un nuovo modo di vivere e una nuova libertà.



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