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Natale: festa senza il festeggiato?

dom 06 dic 2020 10:12 • By: Renato Pellegrini

Spesso sono i tratti fiabeschi a prevalere su quelli reali: e che Natale sarà quello del 2020?

Sarebbe da ridere se certe battute sul Natale non fossero vere, condivise anche nei telegiornali e sulla stampa nazionale. C’è chi si scandalizza perché non può essere celebrata la messa di mezzanotte, chi pensa che «a causa del coprifuoco e del Covid fanno nascere Gesù due ore prima» e chi sospetta che proprio per questo si manchi di rispetto a Cristo.

È probabile che tutti costoro non si siano accorti che da anni il Papa celebra la messa della notte alle 21.30, che in moltissime parrocchie la si celebra da decenni molto prima della mezzanotte. E costoro nemmeno si rendono conto che il Vangelo non nomina l’ora della nascita di Gesù. La liturgia parla di messa della notte, non di messa di mezzanotte!

Il Vangelo non mette neanche la data. Di certo non è nato il 25 dicembre. Perché questa festa cristiana ha sostituito la festa pagana del solstizio d’inverno. Ma tant’è, perché come diceva il compianto padre Bonaventura Marinelli, ormai l’ospite che manca a Natale è proprio il festeggiato, Gesù.

Quella del Natale è una storia tremenda, cruda e piena di dolore. Ma noi le abbiamo cucito addosso una patina di ingiustificata poesia, che ha finito per cancellarne il messaggio, almeno il messaggio del Vangelo, da cui, guarda caso il Natale trae origine. Abbiamo cancellato l’immagine di un Dio costretto a nascere all’addiaccio, obbligato tra il fiatone delle bestie e l’affanno dei genitori in panne.

E Tutto intorno silenzio, freddo e vuoto. Ci vuole un bel coraggio a trasformare tutto questo nella fiaba del Natale. C’è tristezza nel Natale cristiano e forse per non patirla abbiamo voluto profumarla di poesia.

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Abbiamo messo il suono della cornamusa, Babbo Natale, che c’entra tanto col commercio e niente con Gesù. Abbiamo creato la teologia della dimenticanza!

E abbiamo raccontato la nascita di quello che è creduto dai cristiani figlio di Dio in tutti i modi: nascita al freddo e al gelo, nascita nel menefreghismo più totale, nascita del Dio clochard. Ci mancava, in duemila anni di storia, la nascita prematura del Cristo Bambino. Cristo è luce che risplende nelle tenebre: «Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo rapido corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale… si lanciò in mezzo a quella terra di stermino portando… il tuo decreto irrevocabile». (Libro della Sapienza 18,14 -15)

Dunque è la vittoria sull’oscurità, non sull’orario, il ricordo di una luce, non di una lancetta. Sono sempre stato convinto che i cristiani debbano nella vicenda di Gesù non debbano preoccuparsi quando è nato, se prima di mezzanotte, a mezzanotte o dopo. Ciò che conta è che è venuto per darci speranza, gioia, capacità di futuro. È un mistero semiserio della fede preoccuparsi tanto dell’ora della nascita e non invece della morte crocifissa e ingiusta di quel bimbo diventato adulto.

Questo Natale sarà diverso da tutti gli altri, purtroppo. Non si potranno essere strette di mano e abbracci. Per molti ci sarà la solitudine e il pianto nel ricordo dei morti causati anche dal virus. Vorrei augurare loro di trascorrere questi giorni con la mano nella mano di quel Bambinello. Sentirsi consolati, assaporare in quella stratta l’abbraccio di tanti familiari e amici. Penso a tanti anziani soli o nelle case di riposo. Sono loro i più fragili, da proteggere da un virus che può essere accanto ad altri malanni il colpo definitivo. E dunque questo inimmaginabile 2020 ci mette per quanto riguarda i nostri nonni, davanti a un aut aut che brutalmente potrebbe essere tradotto: il Natale “in presenza” o la vita?

È un boccone amarissimo, un altissimo prezzo da pagare perché le curve dell’incidenza dei malati e dei morti non tornino ad essere fuori controllo. E vorrei concludere con ricordo di due suore, morte in questi giorni, entrambe nella casa delle suore della carità di Telve: suor Nerina Anselmi e suor Giovanna Mosele, entrambe accomunate dall’amore per i più fragili; in India e in Giappone suor Nerina e in Birmania suor Giovanna hanno portato la speranza che viene dal Bambino di Betlemme, la forza per non arrendersi, la luce che invita a guardare un orizzonte lontano dove trovare pace e sollievo da tanti affanni. Suor Nerina, di Terzolas, è tornata poche volte nella sua terra, sempre con il viso splendente di chi poteva sperimentare che Cristo non tradisce; e suor Giovanna, con nel cuore quella terra lontana dove ha portato il buon annuncio del Vangelo, a Malé s’è spesa per la Parola viva, fatta carne, in mezzo ai giovani e a chi l’ha incontrata.

Sono nate nel cielo, abbracciate (perché lì gli abbracci sono sempre ammessi) da Maria e da quel Figlio che sulla terra hanno servito.



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