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Nella notte, Dio viene

dom 20 dic 2020 18:12 • By: Renato Pellegrini

Fragilità, sobrietà e solidarietà: la pandemia chi fa riscoprire nuovi valori

Quando in una semplice e comune casa nasce un bambino tutto si rinnova, si respira un’aria di miracolo perché il futuro si dischiude davanti a noi, e tutto ciò che speravamo accadere si realizza. Così è del Natale: un Bambino è nato per noi, compimento delle attese e dei desideri profondi di tutto il genere umano, Colui nel quale siamo stati scelti e amati, Colui che ci libera dalla morte. La liturgia del Natale esplode in questo grido di gioia. Così nelle chiese risuona anche quest’anno il canto del Dio che scende a visitare la terra. Eppure quest’anno quasi ci disturba, ci dà fastidio, perché troppo grande è il contrasto con quel baratro che sembra scavare la pandemia dentro le nostre anime e dentro la nostra società. La domanda allora è lecita: quest’anno, che Natale sarà?

Turoldo in una sua bellissima preghiera ci ricorda che Dio viene di notte. Questo Dio ostinato nell’amore, che non tiene conto del male ricevuto e si rigetta dietro le spalle il nostro peccato, che non si arrende al male ma fa sorgere semi di speranza anche nei deserti più aridi, che soffre con noi quando cadiamo negli abissi del dolore, che mai e poi mai è il Dio dipinto da taluni, quello serioso, castigatore, vendicatore e assetato del nostro sacrificio, viene. E quando Dio viene nelle nostre esperienze, nel nostro mondo, viene sempre di notte. Durante l’Udienza Generale del 10 giugno scorso, papa Francesco ha affermato: «Tutti quanti noi abbiamo un appuntamento nella notte con Dio, nella notte della nostra vita, nelle tante notti della nostra vita: momenti oscuri, momenti di peccati, momenti di disorientamento. Lì c’è un appuntamento con Dio, sempre. Egli ci sorprenderà nel momento in cui non ce lo aspettiamo…»

Attendiamo il Natale, dunque. Coltiviamo con fiducia l’attesa del Signore che viene, senza per questo fuggire dalla notte della pandemia, né tantomeno cercando di attutirne il dramma.

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Ci mettiamo piuttosto nell’atteggiamento di chi coltiva la speranza sempre, che sa che Dio non delude le nostre attese e – come ci ha ricordato papa Francesco: «Sappiamo bene che la vita è fatta di alti e bassi, di luci e ombre. Ognuno di noi sperimenta momenti di delusione, di insuccesso e di smarrimento. Inoltre, la situazione che stiamo vivendo, segnata dalla pandemia, genera in molti preoccupazione, paura e sconforto; si corre il rischio di cadere nel pessimismo, il rischio di cadere in quella chiusura e nell’apatia. Come dobbiamo reagire di fronte a tutto ciò? Dio cammina al nostro fianco per sostenerci. Il Signore non ci abbandona; In mezzo alle tempeste della vita, Dio ci tende sempre la mano e ci libera dalle minacce» (Angelus 29 novembre 2020). In questa situazione che viviamo, abbiamo almeno tre aspetti importanti del Natale che possiamo recuperare e abbracciare con maggiore consapevolezza. Il primo è imparare che «la fragilità è il nostro destino: la possiamo detestare perché ci impedisce di sentirci più forti, oppure accoglierla per sentirci più umani». La pandemia ci ha fatti scoprire e sentire fragili, mentre nel nostro delirio di onnipotenza occidentale pensavamo di avere tutto sotto controllo. Non è un bambino appena nato il massimo della fragilità da custodire? Il secondo aspetto è la riscoperta del valore della sobrietà. Su quest’aspetto non bisogna fare inutili moralismi. È bello anche scambiarsi dei piccoli doni a Natale, rallegrare i bambini con qualche regalo, comprare qualcosa di nuovo per noi o per le nostre case. Un’altra cosa è assistere a quanto riesce a produrre nelle nostre anime la frenetica società dei consumi, che ci spinge a desiderare il superfluo, consegnandoci alla nervosa agitazione degli acquisti. Il terzo aspetto è la crescita del senso di solidarietà. La semplicità del Natale, che ci fa riscoprire l’importanza della fragilità e il valore della sobrietà, ci indica che la vita acquista significato e sapore quando ci apriamo all’amore. Da soli non possiamo farcela: è la grande lezione della pandemia e, paradossalmente, anche quella del Natale. Adoriamo un Dio che è Dio-con-noi, che stabilisce relazioni, desidera raggiungerci, si apre all’incontro. Il Natale ci parla di un Dio solidale con gli uomini che ci chiede di accoglierlo anzitutto nel volto degli altri. Fragilità, sobrietà e solidarietà sono segni evidenti del Natale del Signore e sono vie che, suo malgrado, la pandemia ci ha messo dinanzi ai piedi. Percorrerle potrebbe essere un modo per riscoprire il significato del Natale e riflettere sul mondo e sulla società che vogliamo costruire nel prossimo futuro.

Il cardinale Martini nel dicembre del 2008, scrisse un testo sul Natale che sembra straordinariamente attuale. Egli ricorda come il contesto in cui accade Natale è oscuro: «Un viaggio faticoso da Nazaret a Gerusalemme per soddisfare la vanità di un imperatore, le pesanti ripulse ricevute da Giuseppe che cerca un posto dove possa nascere il bambino, il freddo della notte, il disinteresse con cui il mondo accoglie il figlio di Dio che nasce. E su tutto questo grava una pesante cappa di grigiore, di incredulità, di superficialità e di scetticismo, evidenziata nelle gravissime ingiustizie presenti allora nel mondo. Non si può dire che il contesto del primo Natale fosse un contesto di luce e di serenità, ma piuttosto di oscurità, di dolore e anche di disperazione». Dunque, se la pandemia ci ha sorpresi e ha fatto piombare «fitte tenebre» su di noi, coltiviamo l’attesa e alimentiamo la speranza: Dio ha vinto il mondo e la sua luce vince le tenebre.



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