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Agitu, la pastora nel presepe

mer 06 gen 2021 12:01 • By: Renato Pellegrini

La lezione di una donna che sognava un mondo diverso

Basta solo uno sguardo veloce per vedere nel presepio i pastori che vanno alla capanna. Sono uomini forti, dalla barba lunga e di tante sfumature, con un agnellino sulle spalle. Si affrettano verso un luogo dove non sanno bene cosa troveranno. Arrivati, abbracciano il Figlio di Dio, che forse piange tra le braccia della mamma. È il Dio incarnato, fatto uomo, perché gli uomini sono troppo importanti per starsene soli o lontani da Lui.

Mi piace pensare che tra loro quest’anno ci sia Agitu, una giovane donna, dai tratti bellissimi, con un grande sorriso e un volto solare. Era fuggita dal Corno d’Africa, dall’Etiopia, perseguitata da un regime totalitario che temeva persone come lei, che sanno lottare per i diritti di chi lavora, degli agricoltori suoi connazionali. Se n’è andata per sfuggire a tortura e morte. E ha trovato nel Trentino la sua nuova casa. In Val dei Mocheni ha cominciato ad allevare capre e a ricuperare terreni incolti. Nel presepe la metterei davanti alla culla, donare al Bambinello la sua breve ed intensa vita. Una vita dura, lontano dal suo paese d’ origine, ma ugualmente vissuta con passione e generosità.

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Amava dire che il Trentino era il suo paradiso, perché, nonostante qualche incomprensione iniziale, l’aveva accolta, stimata e amata. Per dieci anni, con fantasia e solarità, ha vissuto lavorando e sognando un mondo nuovo e diverso, capace di superare discriminazioni e paure, un mondo di fratelli e sorelle, rispettosi dell’ambiente. Non a caso ha chiamato la sua azienda: “La capra felice”.

Era stata cacciata dal suo paese dall’intolleranza e dalla violenza. Nel dolore di essere profuga non s’è però arresa mai e ha voluto ricominciare una nuova vita fatta di capacità di integrazione, di proposta, di imprenditorialità nuova e antica nello stesso tempo. E il Trentino è stato fiero di accoglierla, l’ha apprezzata, quasi adottata. Una trentina dalla pelle scura, un valore che forse nessuno osava nemmeno immaginare. Questa pastora, laureata in sociologia, un po’ etiope e un po’ mochena, era orgogliosa di insegnare a bambini e giovani. Chiamava gli immigrati a lavorare nella sua azienda. E uno di questi, anche lui africano, l’ha barbaramente uccisa. Aveva nel cuore un obiettivo, da raggiungere con fatica e tenacia: far sì che uomini e donne crescessero nel rispetto dell’ambiente, della natura. E aveva scelto proprio il Trentino per diffondere questo messaggio, per cominciare a costruire la nostra casa comune. Ha scelto questa bella terra, col suo lavoro difendendo le tradizioni e un ambiente, che non erano suoi per eredità, ma per intelligenza e adesione.

Era qui il suo «paradiso». Ora immagino lo doni al Bambinello. Lo porta a quel Bambino che come lei è dovuto fuggire dalla sua casa, perché un re malvagio, Erode, lo voleva uccidere. E tornato tra i suoi, troverà presto una croce su cui esalare lo spirito. E avrà anche lei in regalo il paradiso eterno, dove non c’è cattiveria e morte. Il Trentino non lascerà perdere la sua eredità, ma porterà a termine il progetto di Agitu Ideo Gudeta, la pastora uccisa il 29 dicembre 2020. E se guardando il presepe la vedrò, sorridente davanti alla grotta con una sua capra, capirò che la violenza non ha l’ultima parola, tutto può ricominciare. 



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