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Il dialetto dei piccoli

gio 07 gen 2021 • By: Laura Ambram

I bambini, se non conoscono le parole, le «costruiscono»

Negli ultimi anni mi è capitato spesso di fare caso con curiosità al dialetto parlato dai bambini. Dopo i miei studi di dialettologia e tutti i discorsi sul rischio di perdere le lingue minori e le parlate locali, ho ascoltato con più attenzione i discorsi spontanei e informali tenuti dalle nuove generazioni. Come raccontato qualche numero fa, ho anche condotto un’indagine generazionale per capire le differenze tra il dialetto parlato dalle madri e quello parlato dai giovani.

In questo articolo, invece, vorrei concentrarmi sui bambini, gli unici che parlano in maniera davvero spontanea e non controllata, privi di costrutti grammaticali a priori. All’interno della mia rete sociale e lavorativa incontro molti bambini, tutti diversi tra loro dal punto di vista della biografia linguistica: chi a casa parla solo o prevalentemente dialetto, chi sente il dialetto ma non lo parla, chi parla indifferentemente una lingua (italiano, tedesco, inglese, rumeno, albanese, ecc.) e un dialetto, chi parla due o più lingue, ecc. Tutti questi bambini, vivendo in Val di Non e Sole, entrano in contatto prima o poi con il dialetto locale: chi a casa, chi dalla nonna, chi a scuola, chi al parco giochi. E involontariamente assimilano le strutture grammaticali di questa lingua, esattamente come hanno assimilato quelle della loro lingua madre. Sanno distinguere inconsciamente il noneso o il solandro dalle altre lingue e sanno percepire le regole e i suoni che appartengono al dialetto. Dopo un po’ alcuni iniziano anche a parlarlo. Quando ascolto i bambini chiacchierare o quando interagisco con loro, noto una costante molto interessante: anche se non conoscono tutte le parole di cui hanno bisogno, i piccoli interlocutori, senza pudore, le “costruiscono”, seguendo inconsciamente le regole che hanno interiorizzato. Fatta eccezione per i piccoli di madrelingua nonesa o solandra, che sono cresciuti in un ambiente quasi totalmente dialettofono e più frequentemente modellano l’italiano sul dialetto, giungendo a parole come gomitare per “vomitare”, gli altri tendono a partire da parole italiane per trasformarle in nonese o solandre. Ecco quindi che escono espressioni come: alber, alt, macina, has fam?. Questi esempi ci mostrano come i piccoli parlanti abbiano compreso alcune delle regole cardine della lingua nonesa e/o solandra, come:

- La caduta delle vocali finali diverse da A, come si vede nel confronto italiano-dialetto in “duro” à dur, “fiore” à fior; quindi perché non costruire anche “albero” à àlber e “alto” à alt, se non conosco i termini àrbol/àrbor e àut/àot?

- La palatalizzazione delle velari C e G, ossia l’addolcimento della pronuncia di questi suoni, caratteristico proprio del dialetto noneso in quanto appartenente al gruppo ladino; anche questo si vede benissimo nel confronto italiano-noneso, ad esempio in “gatto” à giat, “casa” à ciasa, e gli esempi sarebbero moltissimi. Ecco quindi che anche “macchina” diventa macina, perché la palatalizzazione è talmente presente in noneso che a un parlante non esperto viene spontaneo metterla anche qui.

- Il mantenimento della -s finale latina, meno presente in noneso e solandro rispetto ad altre lingue del gruppo ladino, ma comunque riscontrabile nella seconda persona singolare dei verbi; prediamo come esempio il verbo “fare”: fas, faves, farastus, farìes sono tutte seconde persone singolari che, nei vari tempi e nei vari modi del verbo, conservano la desinenza latina in -s di FĂCIS, FĂCIĒBAS e così via. Anche qui, la conservazione di -s suona come una caratteristica molto marcata, mente risulta molto meno orecchiabile la particella “ci” davanti al verbo avere, usata in modo informale ma scorretta in italiano. Si sentono talvolta espressioni come “c(i) hai fame?” ma suonano errate; quindi anche in noneso e solandro non viene spontaneo costruire g(i) has fam? e il piccolo parlante inesperto può cadere nel semplice has fam?, che riporta appunto una marcatura dialettale: la -s finale.

Tutto questo per ricordare ancora una volta che i dialetti sono lingue vive, che si imparano, si costruiscono e si modificano ogni giorno; non sono solo lingue dei nonni, nascoste dietro parole antiche e ormai desuete, sono anche le lingue dei bambini e di tutti coloro che le scelgono, più o meno inconsciamente, per comunicare in famiglia, con gli amici, con il cane o con chiunque altro possa capirle e apprezzarle.



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