Società Trento

L’emigrazione trentina in Argentina

Oscar Menapace ne descrive il contributo alla colonizzazione agricola del paese sudamericano

L’emigrazione trentina in Argentina

Nel nostro tour internazionale attraverso i circoli trentini certamente non potevamo dimenticare di parlare dell’Argentina. Per meglio comprenderne la storia abbiamo avuto l’onore ed il piacere di intervistare Oscar Menapace, profondo conoscitore di questo lungo percorso che ha visto ancora una volta protagonisti i trentini in un luogo molto lontano dalla loro terra.


Può descriverci come e quando ha inizio l’emigrazione trentina in Argentina?

Parlare dell’emigrazione trentina in Argentina significa riferirsi a uno dei processi più significativi della storia dell’emigrazione europea in questo Paese. Durante l’ultimo quarto del XIX secolo, uomini e donne provenienti dall’attuale Trentino intrapresero viaggi senza ritorno verso terre lontane, mossi dalla speranza di progresso, dall’accesso alla terra e dalla possibilità di un futuro migliore per le proprie famiglie.

La seconda metà del XIX secolo segnò un periodo di profonda trasformazione per la giovane nazione argentina. Dopo decenni di conflitti interni, la consolidazione dello Stato nazionale e il suo inserimento nel mercato mondiale promossero un’ambiziosa agenda di modernizzazione. Al centro di questo progetto vi era la colonizzazione agricola attraverso l’immigrazione europea: una politica pensata non solo per popolare i vasti territori considerati “deserti” e “vuoti”, ma anche per trasformare la struttura produttiva e sociale del Paese, adattandola a un modello orientato al mercato internazionale.

Dopo la Costituzione nazionale del 1853, l’Argentina adottò un modello di Stato liberale federale con un’economia di capitalismo agrario, che promuoveva attivamente l’immigrazione straniera. La classe dirigente vedeva nell’immigrato europeo la forza lavoro e i valori culturali necessari per ripopolare i territori interni. Per questo era fondamentale attrarre famiglie di contadini europei, offrendo loro la possibilità di divenire proprietari, lavorare la terra e fondare nuovi insediamenti.

Il processo di colonizzazione fu inizialmente “diretto” e “strategico”, con il sostegno dello stato attraverso donazioni di terre, il finanziamento del trasporto, la fornitura di alimenti e strumenti, nonché con il coinvolgimento di compagnie intermediarie. Tuttavia, la speculazione fondiaria e i limiti di bilancio portarono i governi a favorire la colonizzazione tramite imprese private, limitando l’intervento statale a incentivi indiretti come esenzioni fiscali.

La Legge sull’immigrazione e colonizzazione (n. 817) del 1876, conosciuta come Legge Avellaneda, rappresentò la prima normativa organica a livello nazionale. Sebbene prevedesse una forte presenza statale nella selezione, trasporto e insediamento degli immigrati, la sua attuazione fu lenta e parziale, e il sistema delle colonie nazionali amministrate direttamente dallo stato incontrò varie difficoltà.

Tra gli ostacoli ricorrenti vi furono la mancanza di pianificazione ed esperienza, le condizioni climatiche avverse, le invasioni di cavallette, l’insicurezza nelle zone di frontiera a causa degli attacchi indigeni, lo scarso popolamento e l’isolamento, l’assenza di mercati stabili e, soprattutto, l’inadeguata infrastruttura di trasporto, poiché le ferrovie giunsero in quelle regioni solo decenni dopo la creazione delle colonie.

La colonizzazione fu concepita come strumento non solo per popolare e fornire manodopera all’economia, ma anche per dar vita a una nuova società fondata sulla “civiltà” europea.

L’immigrato ideale era l’agricoltore, e si riteneva che la possibilità di possedere e coltivare la terra avrebbe generato un “interesse per il suolo” e un impegno verso il progresso nazionale, sul modello statunitense.

In questo contesto, i trentini – insieme ad immigrati di altre regioni italiane – furono protagonisti di esperienze fondative decisive in varie iniziative di colonizzazione promosse dallo Stato nazionale, principalmente nel territorio nazionale del Chaco, che comprendeva gli attuali territori delle province di Chaco, Formosa e parti di Santa Fe, Santiago del Estero e Salta.


Ci può descrivere nel dettaglio l’emigrazione avvenuta nelle varie regioni?


Colonia Libertad (Chajarí, Entre Ríos) – 1876

La colonia Villa Libertad, oggi città di Chajarí, sulle rive del fiume Uruguay nella provincia di Entre Ríos, fu fondata il 26 aprile 1876 e si convertì in uno dei nuclei pionieristici della colonizzazione agricola nella regione mesopotamica, dopo la precedente fondazione della Colonia San José (1857). Come sostiene lo storico Luis Capeletti, essa rappresentò la “materializzazione” di una legge provinciale del 1872 che stabiliva la creazione di una colonia agricola nel nord-ovest di Entre Ríos.

Qui si insediarono famiglie trentine e lombarde, insieme ad altri immigrati europei, che trasformarono boschi ed estuari in un paesaggio agricolo fiorente. La vita dei coloni fu segnata dalla durezza del lavoro, ma anche da una forte organizzazione comunitaria: furono costruite scuole, cappelle e associazioni che divennero pilastri spirituali e culturali.

Nel 2026 si celebreranno i 150 anni dalla fondazione, che segnò l’inizio di una solida presenza trentina nel litorale argentino.


Colonia Resistencia (Chaco) – 1878

Nel territorio nazionale del Chaco, un punto chiave del progetto colonizzatore fu la fondazione della Colonia Resistencia nel 1878. Organizzata dal governo nazionale, essa aveva lo scopo di popolare e mettere in produzione la regione. Vi presero parte famiglie trentine, insieme a famiglie di altre regioni italiane e dell’Europa centrale.

Resistencia fu concepita come un “modello di fondazione repubblicana”: il suo tracciato urbano a scacchiera rispondeva alla logica dello Stato liberale argentino, che cercava di ordinare il territorio, creare centri produttivi e consolidare la sovranità in aree di frontiera. I trentini contribuirono con lavoro agricolo e spirito comunitario, e le generazioni successive si dispersero in tutto il Chaco, fondando nuove comunità.


Formosa – 1879

Nel caso della provincia di Formosa, la colonizzazione fu legata alle campagne militari successive alla Guerra della Triplice Alleanza (1865-1870) e alla definitiva occupazione del nord del Chaco. La fondazione della città di Formosa nel 1879 fu accompagnata dall’arrivo di famiglie immigrate, tra cui trentine, che si stabilirono in piccole fattorie rurali. Questi pionieri dovettero affrontare il disboscamento, il clima ostile e la fragilità di un territorio in via di organizzazione statale.


Avellaneda (Santa Fe) – 1879

Fondata nel 1879 nell’attuale nord della provincia di Santa Fe, allora parte del Territorio Nazionale del Chaco, la Colonia Avellaneda divenne uno dei principali nuclei di colonizzazione agricola. Qui si stabilirono numerosi trentini e friulani, protagonisti dello sviluppo agricolo del nord santafesino.

Cooperative e società di mutuo soccorso furono fondamentali per sostenere le famiglie nei momenti di crisi. Col passare del tempo, i trentini si dispersero verso altre colonie del nord santafesino, ma la loro identità rimase radicata nella vita culturale e religiosa delle comunità locali, dove è ancora oggi viva.


Sampacho (Córdoba) – 1879

Anche nella provincia di Córdoba i trentini furono protagonisti del popolamento agricolo. Non parteciparono alla fondazione originaria di Sampacho (1875), popolata inizialmente da immigrati provenienti da Salerno, ma vi giunsero nel 1879 insieme a un nuovo contingente di coloni italiani, austriaci (trentini) e francesi. La presenza trentina si manifestò sia nel lavoro agricolo che nella vita associativa e religiosa, contribuendo alla formazione di una comunità caratterizzata dall’impegno collettivo e dal radicamento alla terra.


L’emigrazione trentina rappresenta un’eredità viva ancora oggi, vero?

L’emigrazione trentina in Argentina non fu un fenomeno isolato, ma parte di un processo più ampio di colonizzazione agricola che, tra il 1850 e il 1890, trasformò il litorale e vaste regioni interne del Paese. I trentini vi portarono il loro lavoro, la loro cultura e il loro spirito comunitario.

Oggi, a quasi 150 anni da quelle fondazioni, il loro lascito continua a vivere. I discendenti di quei pionieri onorano le proprie radici attraverso i circoli trentini, il recupero delle tradizioni culturali e la partecipazione attiva alla vita sociale.

La storia dell’emigrazione trentina in Argentina è, in definitiva, una storia di radici profonde e di futuro condiviso.