Società Val di Sole

La guerra è solo dolore e distruzione

Non vediamo e non capiamo che la guerra è orrore senza fine e non potenza di armi da ammirare

La guerra è solo dolore e distruzione

Quello che più di ogni altra cosa in questo momento mi spaventa, è che la guerra è diventata lo strumento normale per risolvere le controversie. Si, bastano la guerra e gli omicidi mirati per credere di risolvere i problemi del mondo, per ridare agli stati democrazia e libertà.

Nella testa di molti è ormai entrata questa idea, e dunque dialogo e diplomazia sono elementi inutili, nemmeno da tentare. C’è chi sostiene che la guerra in fondo si combatte da tempo sui social, con la violenza nelle risposte a chi esprime idee diverse. Basta poco, diceva Martin Luther King, per farsi dei nemici: basta dire coerentemente quello che si pensa.

Senza dubbio la guerra è nata molto tempo fa, quando gli uomini hanno cominciato a voler essere come Dio, ad affermare dopo ogni scelta criminale: Dio lo vuole, ad aver sempre ragione, a rifiutare ogni ascolto e mediazione. Un gigante della nonviolenza e della pace come fu il mahatma Gandhi ebbe a dire: «Gli uomini hanno continuamente tentato di giustificare la violenza e la guerra adducendo il fatto che l’autodifesa è indispensabile. Si è sempre stati concordi sulla regola in base alla quale alla violenza di chi aggredisce si può rispondere soltanto con la più forte violenza di chi difende. In questo modo gli uomini si sono ovunque lanciati in una folle corsa agli armamenti, e non si scorge ancora l’alba del giorno in cui la spada sarà sostituita dall’aratro».

Mi vien da pensare che almeno ai potenti la guerra piace, ma forse non solo a loro: c’è talvolta chi la rappresenta come un videogioco, o altro ancora, dove i missili si rincorrono, distruggono arsenali e carri armati, dove le portaerei permettono a grossi aerei di alzarsi in volo e gettare bombe.

Ma le bombe non sono bisturi. Le bombe distruggono e uccidono soldati e innocenti. E i bambini che sono nella loro scuola vengono massacrati senza pietà. Dopo ogni distruzione di case e centri abitati la gente è costretta a fuggire, andarsene dalla loro terra per non morire, per non essere uccisa senza che abbiano compiuto nulla di male se non essere nata nel posto sbagliato.

Succede così che talvolta nel giro di un giorno o di una settimana da alcune migliaia di sfollati si passi a oltre mezzo milione. Succede nel Libano, un paese già provato da enormi difficoltà, a cui resta la disperata ricerca di una soluzione. Alle famiglie resta la strada, il dormire in macchina, spesso la fame e la disperazione. Le abitazioni distrutte e il lavoro che permetteva di vivere o sopravvivere da abbandonare. Qualcuno ha detto che i missili non abbattono soltanto i muri, ma spezzano anche il cuore di coloro che vi abitano. Si, la guerra è contare le troppe vite spezzate. Proviamo a pensare a una scuola bombardata, ai corpi dei bambini straziati. Non abbiamo a che fare con numeri, ma con persone che hanno appena cominciato a vivere, a sperare nel futuro e sono stati assassinati; dietro i numeri c’è il racconto dei massacri e del dolore umano.

È giusto, chiediamocelo, che per costruire la pace si massacrino innocenti? Si possono eliminare dittatori senza coinvolgere migliaia di persone che non hanno colpa? Quando si fermerà la guerra, fin dove arriverà? Non è giunto il momento di mettere un limite, almeno un limite, alla fabbricazione di armi sempre più potenti che prima o poi devono essere utilizzate o sperimentate? Non sarebbe il caso, come scrive Alberto Olivetti su Il manifesto del 6 marzo scorso, citando Jonathan Swift, di accettare questa proposta davvero rivoluzionaria: «armare sì gli eserciti, ma unicamente di bastoni», rimanendo sempre pronti «ad accogliere qualsiasi progetto presentato da uomini assennati, che risulti altrettanto semplice, conveniente, realizzabile ed efficace».

Bella e interessante proposta, che rimarrà sulla carta come sarcastica ironia. Anche perché noi la guerra non la vediamo. Vediamo i missili intercettati sopra le città di Israele, le scie dei droni lanciati da Teheran, gli incendi provocati dai bombardamenti di Israele… Nella nostra immaginazione la guerra diventa una questione di macerie, di crateri, di colonne di fumi ed edifici sventrati.

Anche la gioia per le nostre famiglie, che a Malpensa possono riabbracciare chi torna dopo giorni di terrore da Dubai, e la preoccupazione per il rincaro di benzina e bollette. Ma noi non abbiamo vista la guerra, perché ci sembra un gioco di potenza e non di uomini, donne, bambini anziani disperati e uccisi, disseminati sotto le macerie. Non vediamo e non capiamo che la guerra è orrore senza fine e non potenza di armi da ammirare. Se non vediamo la tragedia di un mondo senza progetti, abbandonato alla violenza e al caos, non sentiremo nemmeno chi canta l’inno nefasto della terza guerra mondiale, per ora a pezzi.