Non so se sia la primavera che induce un po’ tutti a cercare una nuova vita, a bearci nelle bellezze dei prati che rifioriscono e delle giornate che si allungano vincendo il buio della notte. O magari siamo semplicemente storditi da problemi che a noi paiono irrisolvibili o da proposte politiche che in un batter d’occhio promettono di risolvere tutto.
A me pare che siamo un po’ distratti e un po’ superficiali, o magari incapaci di leggere la realtà così come davvero è. Facciamo fatica a renderci conto delle drammatiche incognite che accompagnano la guerra in Medio Oriente. L’esperienza della storia ci insegna che guerra chiama guerra, che alla barbarie fanno seguito altre barbarie più gravi.
Non a caso il Censis definisce il nostro tempo come “età selvaggia del ferro e del fuoco”. Il diritto internazionale è stato cancellato e, secondo Tommaso Greco, «l’informazione si è accodata alla classe politica adoratrice della forza». È pericoloso dimenticare la storia, oggi purtroppo avvolta da una grande ignoranza. Quando si comincia a pensare che il nemico, il diverso da noi, va distrutto, quando si crede che la pace si costruisce aumentando a dismisura le armi e preparando la guerra, ci si avvicina pericolosamente al baratro. La guerra significa orrori e lacrime e «per produrre orrori e lacrime si mettono in atto le più alte potenzialità dell’intelligenza umana» (Severino Dianich).
Un tempo si benedicevano le armi. Ora c’è chi usa un linguaggio quasi religioso per ripetere lo stesso gesto. Ma, ce lo ricorda con estrema chiarezza il cardinale Pizzaballa, che con il responsabile religioso dell’Islam ha scelto di restare accanto a chi soffre per la violenza della guerra fino alla fine: «Dio non c’entra con la giustificazione falsamente religiosa della guerra; è invece tra coloro che stanno morendo, che soffrono». Sta ripercorrendo ancora una volta la via del Calvario e muore con il senso di umanità continuamente calpestata.
Se non si crea il bene per l’umanità, per tutta l’umanità, Dio muore e rimane chiuso nel sepolcro davanti al quale chiunque ama la crudeltà ha messo un enorme masso. Sul Corriere della Sera Carlo Verdelli ha scritto: «Assistiamo, spettatori incuranti, come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine di un mondo, e il caos che precede l’inizio di un altro. Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni. Ma a furia di distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel giardino. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social, “The world burns while we scroll”, “Il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino)”.
Dovremmo svegliarci dal torpore per non camminare verso l’abisso. E i cristiani, nel cammino verso la Pasqua dovrebbero aprire ogni mattina la finestra per guardare alla loro vita e alla vita del mondo. Fermarsi qualche minuto, cercare di capire, pregare se lo ritengono opportuno. Quella finestra va chiusa solo alla sera, se avrò saputo leggere i segni del passaggio di Dio o se sarò stato nel numero di quelli che i segni testardamente vanno a cercarli altrove.
Costruire pace è un lavoro immenso, che non dà tregua. Occorre cominciare da lì dove ciascuno vive e lavora. «L’Italia, scrive Marco Impagliazzo su l’Avvenire, ha vissuto gli ultimi decenni da “sonnambula”, senza farsi toccare più di tanto dal cambiamento d’epoca, sperando di cavarsela come se l’è sempre cavata nella storia (almeno finora). Ma tutto ciò non è più possibile, mentre si vive “una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità» (Leone XIV). Ricordiamoci che la soluzione di ogni problema è possibile, perché «i problemi sono stati creati dall’uomo, e dunque l’uomo può risolverli» (John F. Kennedy, 1963).

