Si fa un gran parlare in questo tempo della crisi in cui versano le parrocchie e si fa sempre più presente la paura che il loro destino sia la scomparsa. Sicuramente non riusciranno a superare le difficoltà attuali senza un profondo cambiamento. Oggi si scrivono libri, articoli, nei quali vescovi e parroci e laici si interrogano.
Al cambiamento ci sono però molte resistenze. Soprattutto c’è la difesa del passato: si è sempre fatto così, le nostre parrocchie ci sono sempre state... Ma non è vero. Per 1500 anni le parrocchie non sono esistite. E’ con il Concilio di Trento (1563) che prendono l’avvio. E si sono formate lentamente anche nelle valli del Noce, dove le ultime sono degli anni Sessanta del secolo scorso. Il motivo era da ricercare anche nell’elevato numero di preti.
La parrocchia era un’istituzione pensata per un mondo in cui tutti erano cristiani, non c’era la grande mobilità sociale e lavorativa che c’è adesso. La quasi totalità delle persone nasceva, cresceva e moriva nello stesso posto. I più anziani dei nostri paesi ricordano che il parroco era tra le autorità più rispettate insieme con il sindaco e il medico. Conosceva ogni avvenimento anche segreto del paese e delle famiglie, consigliava ed era ascoltato. Oggi non più. Allora almeno un sacerdote poteva essere mandato in ogni villaggio anche molto piccolo. E’ stato così fino a qualche decennio fa e ci siamo tutti convinti che senza parrocchia non è possibile la vita cristiana.
Chi non ha sperimentato quanto sia necessaria il parroco per la celebrazione dei sacramenti, per la messa domenicale, per altre preghiere...? Certamente la parrocchia non è tutto, ma tutti vi possono accedere senza alcuna difficoltà. Sostiene don Alphonse Borras, che «la parrocchia non è il tutto della vita della Chiesa. Vi sono infatti anche le associazioni, i movimenti, le opere cattoliche (scuole, ospedali...), gli istituti religiosi, i santuari, i media cattolici, la presenza ecclesiale nei mezzi di comunicazione...»
Nel nostro modo di pensare probabilmente facciamo fatica a concepire la vita cristiana senza una comunità che sia minimamente strutturata. In un quartiere periferico di una grande città, in qualche piccolo paese sperduto o in una grossa metropoli «la parrocchia è la Chiesa in un luogo preciso». Là ciascuno può trovare ciò che gli serve per il suo essere cristiano. Il teologo Christoph Theobald direbbe che «c’è per tutti quelli a cui interessa il Vangelo». E c’è gratuitamente, senza chiedere niente, facendo dono di quello che essa stessa ha ricevuto: la Parola e l’esempio di Gesù. E’ però vero che oggi vive una crisi importante. Lo mette bene in evidenza Sergio Di Benedetto, (insegnante e ricercatore, autore del libro: Parrocchie al capolinea. Fine o ripartenza? Ed.
Paoline) quando spiega che il problema non è il numero dei fedeli a messa o il calo numerico e l’invecchiamento dei parroci ma l’impostazione generale della parrocchia. Che tuttavia non significa la sua fine e la fine della Chiesa. «Sono convinto», dice, «che non possiamo pensare di trovarci in un tempo abbandonato dal Risorto.
Lo Spirito c’è e già sta operando in tante esperienze che funzionano: si tratta di accettare il tramonto di una forma del cristianesimo che non è il tramonto della fede cristiana. E di conseguenza dovremo accettare la morte di strutture e modalità cui siamo affezionati per assistere alla risurrezione di modi nuovi». Cosa si potrebbe cominciare a fare? Non è facile trovare una soluzione efficacie, nonostante i tentativi che si sono provati. Occorre che cambino mentalità sia i pastori sia i laici e riscoprire che il battesimo abilita tutti a essere protagonisti, assumendo ruoli diversi nella costruzione di comunità mature nella fede. E’ certo però che «non possiamo continuare a pensare che la Chiesa c’è se c’è un parroco in ogni parrocchia. Dobbiamo invece dire che la Chiesa continua ad essere presente nel territorio, perché lì continuerà ad esserci una comunità di cristiani che crede e testimonia la fede. A questo dobbiamo prepararci». (Marco Prastaro, vescovo di Asti)

