TRENTO. Uno studio internazionale guidato da ricercatori dell’Università Statale di Milano in collaborazione con il MUSE ha evidenziato l’esistenza di almeno 152 specie animali legate ai ghiacciai. Tra loro 73 glacier specialists, specie che vivono esclusivamente in habitat glaciali e quindi particolarmente esposte alla scomparsa dei ghiacciai. Pubblicata su PNAS, la ricerca mostra inoltre che questi ambienti sono ancora poco conosciuti sul piano della biodiversità e potrebbero ospitare molte altre specie non ancora documentate.
I ghiacciai non sono soltanto riserve d’acqua, ma ospitano anche una biodiversità animale ancora in larga parte sconosciuta, che la rapida fusione dei ghiacciai rischia di cancellare prima ancora che sia stata pienamente studiata. È quanto emerge da uno studio internazionale guidato da ricercatori dell’Università Statale di Milano, in collaborazione con il MUSE - Museo delle Scienze di Trento, che fornisce la prima sintesi globale delle conoscenze sugli animali degli ambienti glaciali e mette in evidenza quanto questa fauna sia oggi esposta agli effetti del ritiro dei ghiacciai.
Pubblicata sulla rivista scientifica PNAS e basata su un ampio database globale, l’analisi mostra che, nonostante ghiacciai e calotte polari coprano circa il 10% della superficie terrestre, la biodiversità animale che ospitano è ancora poco conosciuta. Gli autori definiscono quindi gli ambienti glaciali veri e propri “darkspots” della biodiversità, in cui si ritiene possano esserci ancora molte specie da scoprire. Attraverso una revisione sistematica della letteratura scientifica e dei dati disponibili, basata sull’analisi di 2.695 articoli, i ricercatori hanno documentato almeno 152 specie animali legate a ghiacciai e calotte polari, appartenenti a 14 classi diverse.
Tra i gruppi più rappresentati figurano rotiferi, collemboli e tardigradi, piccoli organismi capaci di adattarsi a condizioni ambientali estreme. Il dato più significativo riguarda però 73 specie segnalate esclusivamente in habitat glaciali: i cosiddetti “glacier specialists”, che dipendono strettamente dalla presenza del ghiaccio e risultano quindi particolarmente vulnerabili alla sua scomparsa. Per valutarne l’esposizione al cambiamento climatico, i ricercatori hanno incrociato la loro distribuzione attuale con diversi scenari futuri di ritiro dei ghiacciai. I risultati indicano un declino drastico: anche in uno scenario di riscaldamento molto limitato, entro il 2100 tre specie perderebbero completamente il loro habitat: i collemboli Desoria calderonis e Vertagopus fradustaensis e il tardigrado Adropion afroglaciali , mentre altre 12 specie ne perderebbero oltre il 90%. A causa del rapido ritiro dei ghiacciai, le Alpi emergono come una delle aree in cui questa perdita potrebbe manifestarsi in modo più rapido e accentuato. “Collegare direttamente la perdita di habitat al rischio di estinzione richiede prudenza, perché si sa ancora poco sulla capacità di queste specie di persistere nel tempo e di spostarsi verso altri ambienti. Ma proprio per questo la tutela degli ecosistemi glaciali deve entrare con urgenza tra le priorità globali di conservazione, in coerenza con gli obiettivi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (il principale quadro internazionale di riferimento per la tutela della biodiversità, adottato dalle Nazioni Unite per fermare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2030)” spiega Andrea Simoncini, dottorando del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano, coordinatore dello studio.
“Occorre agire con strategie mirate: dalla rapida istituzione di aree protette per limitare ulteriori impatti umani, come inquinamento, turismo e sfruttamento idroelettrico, al rafforzamento della ricerca tassonomica ed ecologica, fino alla valutazione di interventi innovativi, come la colonizzazione assistita o la creazione di banche genetiche. Senza un rallentamento del riscaldamento globale e senza investimenti mirati nella ricerca, una parte unica e ancora poco conosciuta della biodiversità del pianeta rischia di andare perduta” conclude Francesco Ficetola, docente di Zoologia del Dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università Statale di Milano e autore della pubblicazione. “Questo studio si inserisce pienamente nelle sfide proposte per la “Decade di Azioni per le Scienze Criosferiche (2025-2034)”, proclamato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; sfide alle quali il MUSE-Museo delle Scienze di Trento sta dando il suo contributo sia scientifico che divulgativo. Nello specifico, i risultati illustrati e discussi nell’articolo sono in grado di fornire informazioni rilevanti utili a contribuire alla crescente richiesta di attività di monitoraggio biologico dei ghiacciai, nonché allo sviluppo di modelli previsionali di distribuzione della biodiversità”.— Mauro Gobbi, MUSE - Museo delle Scienze di Trento.


