Società Val di Sole

Gli animali predati da orsi e lupi non sono numeri, sono famiglia

La lettera di Elisa Pedergnana, veterinaria della Val di Sole

Gli animali predati da orsi e lupi non sono numeri, sono famiglia

VAL DI SOLE. Sul tema delle recenti predazioni da parte dei grandi carnivori sulle malghe, sui pascoli della Val di Sole, riceviamo e pubblichiamo la lettera di una lettrice, la veterinaria Elisa Pedergnana, di Pellizzano.


Sono Elisa Pedergnana, veterinaria, e seguo parte degli allevamenti della Val di Sole. Ho scelto questa professione perché amo gli animali e credo profondamente nel valore sociale, culturale e ambientale che il mondo dell'allevamento rappresenta per le nostre montagne.

Non posso più restare in silenzio davanti alle continue predazioni che, con un ritmo sempre più incalzante, stanno colpendo gli allevamenti durante quest'estate.

Dedico la mia vita alle vacche. Mi alzo nel cuore della notte per assisterle durante un parto, per curarle e garantire loro il massimo benessere possibile. Hanno un'assistenza veterinaria continua, ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette. Dietro ogni animale ci sono cure, attenzione, competenza e responsabilità.

I nostri allevamenti sono quasi esclusivamente a conduzione familiare. Le nostre vacche hanno un nome, una storia, un carattere. Chi sceglie questo mestiere non lo fa per convenienza, ma per passione. Lo vedo ogni giorno negli occhi e nei gesti degli allevatori con cui lavoro.

Negli ultimi anni abbiamo investito enormi energie nel migliorare il benessere animale, raggiungendo risultati importanti in termini di bio-sicurezza, prevenzione delle malattie e riduzione dell'uso degli antibiotici.

Il nostro più grande orgoglio è sempre stato l'alpeggio. Lasciare gli animali liberi per mesi nei pascoli d'alta quota, custoditi e sorvegliati dai pastori ma senza costrizioni, rappresenta una delle più alte espressioni del loro benessere.

Pascolare senza recinzioni, muoversi nei prati, scegliere il cibo migliore, stabilire le proprie gerarchie sociali e vivere secondo i comportamenti naturali della specie significa garantire loro una qualità di vita elevata. L'erba fresca favorisce la salute del rumine, le vacche al pascolo vivono più a lungo, sono più resistenti alle malattie e mantengono un migliore equilibrio psicofisico.

Quest'anno, però, sto osservando qualcosa di diverso. Gli animali vivono costantemente in allerta. Si spostano di continuo, sono nervosi, percepiscono un pericolo costante. Quando la paura diventa la loro condizione quotidiana, tutti i benefici del pascolo libero vengono meno.

Gli allevatori vogliono proteggere i propri animali. Ma oggi, per molti, l'unica soluzione che appare realmente praticabile è rinunciare all'alpeggio e, domani, forse abbandonare definitivamente la montagna.

Fare l'allevatore in montagna è già di per sé una sfida enorme: costi elevati, territori difficili, scarsità di manodopera e un lavoro sempre meno attrattivo per i giovani. Eppure, allevatori si nasce, prima ancora che diventarlo. È un sapere tramandato di generazione in generazione, fatto di sacrifici quotidiani, spesso silenziosi e invisibili.

Oggi, nonostante la passione che continua ad animare questo lavoro, avverto un sentimento sempre più diffuso: la rassegnazione.

Eppure, se gli allevatori lasciano la montagna, non perdiamo soltanto un'attività economica. Perdiamo un patrimonio culturale, ambientale e sociale costruito nei secoli. Perdiamo quel paesaggio che rende uniche le nostre valli e che ogni anno richiama migliaia di turisti.

Un territorio curato è un territorio più sicuro.

La presenza dell'uomo contribuisce a prevenire l'abbandono, il dissesto idrogeologico e la perdita di biodiversità. Senza l'allevamento, il bosco avanzerebbe progressivamente, cancellando i pascoli ricchi di specie erbacee che rappresentano habitat fondamentali per insetti impollinatori e numerose altre forme di vita. Scomparirebbe quel mosaico di prati e boschi che caratterizza da sempre le nostre montagne.

Per questo credo sia indispensabile affrontare il problema con equilibrio, responsabilità e pragmatismo. La conservazione dei grandi carnivori e la tutela della zootecnia di montagna non devono essere viste come obiettivi contrapposti, ma come valori da conciliare attraverso una gestione seria ed efficace. È necessaria una gestione consapevole e tempestiva degli esemplari problematici, applicando concretamente le direttive già esistenti e rendendo più chiare e operative quelle che oggi risultano ancora troppo vaghe. Solo così la convivenza potrà essere reale e non rimanere un principio teorico.

Chiedo che gli allevatori vengano messi nelle condizioni di proteggere i propri animali. Chiedo che le nostre vacche non vengano considerate semplicemente delle prede da indennizzare economicamente dopo un attacco.

Per noi non sono numeri. Sono parte della nostra vita, del nostro lavoro e della nostra famiglia.

Non riesco più ad accettare di vederle nascere, di tenerle tra le braccia nei loro primi istanti di vita e poi ritrovarle nei pascoli dilaniate, lasciate morire tra dolore e sofferenza.

Dietro ogni predazione non muore soltanto un animale. Si spegne un allevatore, una famiglia, un alpeggio. E con loro si affievolisce il futuro delle nostre montagne.