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SOS Architettura

Ceramica: una straordinaria avventura industriale

lun 19 lug 2021 11:07 • By: Alberto Mosca

Marco Puccini, ricercatore per diletto di archeologia industriale

Marco Puccini, appassionato cultore della storia locale, in particolar modo di quella inerente ai vecchi impianti idroelettrici trentini, ha un legame speciale con la storia della fabbrica di laterizi di Ceramica. Furono infatti più d’uno i suoi avi che lavorarono nell’indotto della fornace. Negli anni ha raccolto una importante documentazione e molte informazioni su questo opificio, attinte anche dalla viva voce di Ida Dalle Case, l’ultima esponente della dinastia imprenditoriale che prese avvio dal nonno Domenico, alla fine dell’Ottocento. Una storia tutta da raccontare.

Cominciamo dall’inizio, da chi negli anni ha scritto di questa industria: “Il lavoro più completo finora lo dobbiamo ad Aldo Corazzolla (1928-2020), all’interno del volume Civiltà rurale della Val di Non edito nel 2006; ma da allora alcune cose possono essere precisate, grazie ad ulteriori approfondimenti d’archivio e ai colloqui con Ida Dalle Case, che conobbi del tutto occasionalmente fermandomi un giorno ad osservare i ruderi del vecchio stabilimento, memore dei racconti di mio Zio Livio, che negli anni 60 aveva costruito i carrelli a telaio per i nuovi essiccatoi dei laterizi.

Già la storia dei Dalle Case è da raccontare: “Erano toscani facoltosi e di nobili origini, spiega Puccini – venivano dalla Val d’Elsa, emigrati nel 1300 ai tempi delle lotte intestine tra tra guelfi e ghibellini; alcuni arrivarono in Trentino e si specializzarono nella costruzione e conduzione di segherie ad acqua, insediandosi in Val di Peio”. E infatti alcune pergamene quattrocentesche conservate a Cogolo citano questi “A Casis”, poi Dalle Case. Nel corso del Sette e dell’Ottocento ristabilirono in parte dei legami con l’antica patria toscana, rimanendo tuttavia ancorati alla Val di Sole, in particolare a Peio e a Dimaro. Proprio qui impiantarono, a metà Settecento, la segheria recentemente restaurata dal Comune. E la storia della Ceramica – aggiunge Puccini – parte proprio da Dimaro”.

Il primo nome che incontriamo è quello di Pietro Dalle Case, nato a Dimaro nel 1818 e morto a Mezzolombardo nel 1889: ebbe 12 figli, alcuni dei quali nati a Dimaro e altri in Val d’Elsa. Di questi a noi interessa Domenico (Dimaro, 1852 – Ceramica, 1930), che fu il fondatore dell’industria dei laterizi. Ebbe 6 figli, tra cui Pietro (1881 – 1951), ingegnere, che ebbe a sua volta una figlia, Ida, nata nel 1939.

Quest’ultima, con il ragionier Bampi di Civezzano portò avanti l’azienda dalla morte del padre fino al 1978. Dopo di che prese avvio una serie di passaggi di mano: dal 1978 al 1984 con la gestione affidata alla società Val d’Adige di Verona, cui seguirono due anni di fermo attività e quindi, dal 1986 al 2005, il subentro di Ton srl, con marchio Molinà. Nel 2005 arrivò la chiusura definitiva della fabbrica.

Il luogo oggi noto come Ceramica, nel comune di Ton, all’avvio dell’impresa si chiamava Gaggio Grande; fu Domenico Dalle Case a proporre il cambio di nome, eloquente segno dell’importanza economica e sociale di quell’impresa. Partiamo dalla zona, ricca di banchi di argilla, che già servivano una piccola fornace a Masi di Vigo per le esigenze strettamente locali: Dalle Case, stimata l’entità dei predetti giacimenti e verificato quale potesse essere il sito più adatto decise di impiantare in zona una fornace di tipo industriale A tal fine acquistò a partire dal 1880 una cinquantina di ettari di terreno boschivo e coltivato a campagna dal Conte Matteo Thun, con il quale strinse poi un duraturo rapporto di amicizia, nonché da alcuni privati. Il bosco, esteso per circa 38 ettari, sarebbe servito a fornire la legna necessaria per i forni e gli essiccatoi dell’opificio. Sui terreni a nord della fabbrica venne attivata la cava dell’argilla, proveniente questa anche dalla cava di Termon di Campodenno dove ottenne da privati la concessione dello sfruttamento di un locale banco di argilla di straordinaria qualità, particolarmente adatta alla produzione di coppi e tegole. Nel 1897 partirono i lavori e nel 1898 la produzione era già avviata. “Tra i carrettieri che portavano l’argilla da Termon fino alla fabbrica, attraverso il ponte di Moncovo – aggiunge Puccini - vi era mio nonno, Celeste Bregantini”.

Libro Pellizzano

  Invece, la creta estratta vicino allo stabilimento vi giungeva per mezzo di carrelli minerari mossi su una piccola ferrovia Decauville. A partire dal secondo dopoguerra tutti i trasporti di argilla vennero fatti mediante autocarri.

L’attività partì alla grande: “C’era molta richiesta – spiega Puccini – e la fabbrica si specializzò prima di tutto nella produzione di tegole di tipo marsigliese e di coppi, aggiungendo poi mattoni pieni e forati, oltre a manufatti come gocciolatoi e camini decorati. La fabbrica impiegò fino a 300 operai nei periodi di maggior richiesta, cui si aggiungeva l’indotto. Negli anni sorsero intorno ad essa numerose attività di servizio, tra cui un albergo-trattoria, un panificio, abitazioni, mense per il personale e la stazioncina di Ceramica con tanto di capostazione , tutti edifici costruiti a spese del Dalle Case; era insomma un piccolo paese. Sulla fabbrica svettava una ciminiera alta 52 metri, necessaria per il tiraggio dei fumi dei forni e degli essiccatoi, per la cui manutenzione – racconta Puccini – veniva chiamata periodicamente una guida alpina di Madonna di Campiglio”. Domenico Dalle Case seppe sfruttare anche l’inaugurazione della Trento-Malé: “Fece istanza – riferisce Puccini – per far arrivare davanti alla fabbrica un binario collegato alla tratta principale, che entrò in servizio nel 1910. Lungo 300 metri, venne smantellato tra il 1955 e il 1960, in occasione dei lavori di adeguamento della ferrovia, che abbandonò il sedime stradale per seguire un diverso percorso in destra Noce. La ferrovia serviva sia all’approvvigionamento del carbone necessario al funzionamento dei forni, sia al trasporto del prodotto finito, con partenza fino a 4 convogli al giorno, formati da alcuni carri appositamente costruiti per il trasporto dei laterizi. Dopo lo smantellamento della tratta ci si affidò in toto al trasporto mediante camion.

Inoltre, a servizio dell’industria venne costruita a valle anche una centrale idroelettrica, tra le prime sorte in Trentino e prima a servizio di un impianto industriale 

E qui apriamo un capitolo a parte: Domenico Dalle Case, da abile imprenditore, capi immediatamente le potenzialità della corrente elettrica. Già all’avvio dei lavori di costruzione dello stabilimento fece istanza al Capitanato distrettuale di Trento per poter derivare dal Noce, all’altezza del ponte di Moncovo, la quantità di 1000 l/s di acqua, da condursi alla turbina mediante un canale lungo 350 metri e largo 1,50. Il quantitativo di liquido concesso salì poi fino a 4000 l/s. Da alcuni documenti dell’epoca si evince che la centrale entrò in attività nel 1900 con una potenza iniziale di 140 kW, poi elevata per effetto della maggior portata d’acqua fino a 450 kWh in corrente trifase a 3600 V. Si trattava dunque della stessa potenza generata dalla centrale di Ponte Cornicchio a Trento, la prima a essere edificata nel 1890, quando i pochissimi altri impianti allora esistenti in provincia producevano corrente in quantità molto inferiore, nell’ordine di poche decine di kWh. La centrale era collocata a valle dello stabilimento, lungo il Noce, sebbene il dislivello tra il pelo dell’acqua al punto di prelievo e quello di rilascio non fosse molto, circa 8 metri, la grande quantità di liquido disponibile consentiva di raggiungere i picchi di corrente anzidetti. In realtà la fabbrica – spiega Puccini – utilizzava inizialmente solo 60 kW, il resto veniva venduto ai consorzi elettrici locali, a privati, al Comune di Toss. Dalle Case progettò un potenziamento della centrale tale da arrivare a 900 kW, ma nel 1929 la costruzione della diga di Mollaro da parte della potente Società Generale Elettrica Trentina (poi Edison), che tratteneva quasi tutta l’acqua del Noce per condurla in galleria alla Centrale di Mezzocorona, mise fine alle sue ambizioni. Fu l’inizio di una serie di contenziosi con tale società  che ebbero fine molti anni dopo con una transazione che garantiva lo sfruttamento degli eventuali rilasci dalla diga  più una dotazione continua di 400 kWh. Nel 1962, con la nazionalizzazione della produzione e distribuzione dell’energia elettrica a beneficio dell’ENEL, di fatto la centrale venne dismessa.

“Oggi – commenta Puccini – di essa non rimane traccia, come pure del canale di derivazione, sepolti dalla frana del 1974”. Ma ci arriveremo fra poco.

Le fortune della fabbrica di laterizi furono massime negli anni tra le due guerre, con una significativa coda ai tempi del boom edilizio negli anni Sessanta. “Tuttavia – spiega Puccini – potremmo collocare l’inizio del declino dalla metà degli anni ‘60, sia in virtù della mancanza della forte spinta propulsiva all’innovazione dell’ing. Pietro, figlio del fondatore, morto nel 1951, sia a causa dell’avverarsi di condizioni di mercato sfavorevoli: il prodotto rimaneva di ottima qualità ma la concorrenza delle grandi fornaci veronesi e mantovane era ormai soverchiante”. Tutto ciò nonostante la costruzione, nel biennio 1963-65 di un nuovo e moderno stabilimento nella parte sovrastante il primo, ove il ciclo produttivo era ormai quasi completamente meccanizzato.

Il colpo finale, che rischiò di portare sull’orlo del fallimento l’azienda, arrivò il 14 dicembre 1974, quando una enorme frana, partita dalla zona di estrazione a nord della fornace, stimata in 320.000 mc di materiale, seppellì con una coltre alta dai 6 agli 8 metri circa 200 metri della strada statale 43 e distrusse, oltre la cava e tutte le attrezzature annesse, parte del capannone industriale, ed altri fabbricati, danneggiando pesantemente la vecchia officina elettrica. Le operazioni di sgombero durarono molti giorni e scaricarono il materiale sotto la statale, cancellando il vecchio canale di derivazione. Dopo il recupero del ferro, l’edificio della centrale venne demolito. La fornace riuscì a ripartire con fatica dopo alcune settimane di stop forzato. Alcuni edifici del vecchio stabilimento vennero utilizzati ancora per alcuni anni, per poi essere completamente abbandonati a se stessi. Per problemi di sicurezza statica si decise di demolire la vecchia ciminiera, di cui rimane un mozzicone alto 7-8 metri. Nonostante imprevisti e congiuntura sfavorevole la fornace, come detto, continuò la sua attività con alterne vicende fino al 2005, data di cessazione definitiva di ogni attività produttiva.

Alcuni anni dopo il sito assurse alle cronache per problemi di inquinamento dei terreni e di discarica abusiva di materiali: l’area finì sotto sequestro per reati ambientali. Numerose sono state nell’ultimo decennio le ordinanza emanate dal Comune di Ton per spingere i proprietari a procedere alle operazioni di bonifica, ma senza successo. Intanto la natura si è progressivamente riappropriata di quegli spazi conquistati all’industria un secolo e mezzo fa. (sono in attesa dal sindaco di info aggiornate)

ARGILLA, ORO GRIGIO

L’argilla veniva estratta dalle cave poste a monte dello stabilimento e in quelle di Termon, per molti anni a mano, poi con mezzi meccanizzati: in particolare, a nord dello stabilimento venne messa in esercizio negli anni 30’ una escavatrice a tazze che poteva muoversi su appositi binari onde erodere progressivamente il contrafforte di argilla. Questa veniva portata allo stabilimento e posta a stagionare, inumidita, per qualche mese. Quindi era macinata ed eventualmente mescolata con argilla di diversa provenienza onde ottenere le caratteristiche meccaniche migliori. Seguiva l’inserimento negli stampi, fatto per molti anni a mano; poi la formatura venne meccanizzata con l’acquisto di un’apposita macchina formatrice acquistata a Asti dalla ditta Morando; il prodotto grezzo, con elevato tasso di umidità veniva depositato su telai mobili per essere condotto agli essiccatoi ed infine nei forni alimentati prima a legna (tagliata nei boschi soprastanti) e poi con il carbone proveniente da Mezzocorona. I forni erano di tipo Lanuzzi, per l’epoca all’avanguardia. Nei maggiori di massima attività la fabbrica occupò fino a 300 lavoratori, anche provenienti da fuori provincia, con una produzione massima di 80 tonnellate di laterizi al giorno.

QUELLA VOLTA CHE…

Anche chi scrive ha un legame familiare con i Dalle Case di Dimaro, con una trisnonna appartenente a questa straordinaria famiglia di industriali. Suo figlio, il bisnonno Luigi Valenti, quando scelse di abbandonare la Val di Sole per non combattere per l’Austria nella Grande guerra, cercò riparo a Torino, trovando assistenza e lavoro presso uno zio, fratello della mamma, da tempo residente nella città piemontese. 



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