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Speciale 25

Come siamo cambiati?

mar 07 lug 2020 21:07 • By: Nora Lonardi

Un'analisi del territorio e dei processi culturali dal punto di vista sociologico

In occasione del 25° anniversario della fondazione del Nos Magazine, mi è stato chiesto dalla redazione una riflessione sociologica sul cambiamento intervenuto in questo arco temporale in Val di Non e in Val di Sole. Accolgo volentieri l’invito. Chiaramente l’argomento richiederebbe approfondimenti su vari livelli, pertanto mi limiterò a fornire alcuni spunti di riflessione, che potrebbero trovare in altri momenti una più esaustiva analisi.

Vediamo anzitutto l’andamento demografico, variabile fondamentale quando si parla di cambiamento e di sviluppo territoriale. Dai dati ISTAT e ISPAT della Provincia Autonoma di Trento, si rileva che nel periodo 1995 - 2018 l’intero territorio provinciale ha registrato una crescita demografica pari al 17,2% (in concomitanza con i flussi immigratori). In Val di Non e Val di Sole la crescita complessiva è stata rispettivamente pari al 9,9% e al 6,0%. Negli ultimi anni tuttavia la curva demografica ha iniziato a scendere in diversi territori provinciali, fra cui anche le nostre due valli, ma l’area che forse merita maggiore attenzione è la Val di Sole, dove a partire dal 2015 si ha un progressivo calo della popolazione residente. Il dato richiede considerazione soprattutto se raffrontato con le altre realtà provinciali a spiccata vocazione turistica, dove non solo la crescita complessiva è stata più elevata negli ultimi 25 anni, ma anche attualmente la popolazione appare abbastanza stabile se non in crescita. Primo spunto per un futuro approfondimento. V

al di Non e Val di Sole, pur geograficamente contigue, si distinguono sul piano dello sviluppo economico, a prevalenza agricolo nel primo caso e turistico nel secondo.

valli del noce

Sicuramente un importante ed esteso mutamento è avvenuto nell’ambito delle tecnologie e delle comunicazioni, il che ha generato profonde trasformazioni anche all’interno delle dinamiche economiche, permettendo di apportare innovazioni importanti dentro i singoli settori ma anche di stabilire interconnessioni fra le diverse filiere produttive. Restando in ambito agricolo e turistico, ad esempio, possiamo affermare che sempre più i due comparti si interfacciano, ne è la prova il boom del settore agrituristico di questi anni. Inoltre in entrambi i settori, e anche nelle valli in questione, si stanno sperimentando interventi nel nome di concetti che venticinque anni fa non erano certo diffusi, come quello di sostenibilità, agricoltura biodinamica, turismo esperienziale, tanto per fare degli esempi. Modelli più attenti e sensibili alla qualità della vita e dell’ecosistema. A che punto siamo? Qualcosa si è fatto, molto sicuramente c’è ancora da fare. Altro spunto di approfondimento.

Nonostante le interconnessioni di cui sopra, le due valli hanno mantenuto comunque una certa impronta di sviluppo quasi monoculturale. Ora, se da un certo punto di vista è «normale» che in un’economia possa esistere un settore trainante, la prima domanda è: quanto davvero è così in queste aree? La seconda: è cresciuta nel tempo e nelle nuove generazioni una cultura imprenditoriale, che sia in grado innovare, ma anche di saper integrare i diversi settori? Per rispondere correttamente alla prima domanda si dovrebbe poter fare uno studio specifico; lasciamola per ora come ulteriore ambito di riflessione.

Per quanto riguarda invece la cultura imprenditoriale vorrei soffermarmi brevemente sul tema delle nuove generazioni, materia che ho avuto l’opportunità di studiare in questi ultimi anni. Va detto anzitutto che per parlare di cultura di impresa non si può prescindere dall’elemento cultura in senso ampio, intesa come insieme di valori, visione del mondo e della vita, riferimenti concettuali e molto altro ancora. Quindi, i giovani delle nostre valli sono cambiati culturalmente rispetto alla generazione precedente? Se lasciamo da parte tutto quello che ha comportato lo sviluppo tecnico-informatico, le maggiori opportunità di viaggi di studio/lavoro/vacanza, sembra in realtà permanere in buona parte dei giovani sia nonesi sia solandri (quelli più legati e «attaccati» al proprio territorio) una certa tendenza al conformismo sociale, la difficoltà nel trovare un’autonomia di vedute, nell’immaginare e progettare un proprio futuro, nella propensione al rischio (in senso positivo), dunque anche al rischio d’impresa. Paradossalmente forse proprio la complessità e l’ampiezza di opportunità li rende confusi e preferiscono «accontentarsi» di quello che hanno o possono trovare su un cammino già percorso dalla famiglia d’origine. Certo la crisi economica degli ultimi anni e ancor più la crisi generale indotta da Covid -19, che hanno già duramente messo alla prova la società nel suo insieme, non aiuteranno questi giovani ad aprirsi a nuove esperienze, a confrontarsi con il mondo esterno, passaggi essenziali per produrre cambiamento e innovazione. Su questo si dovrà impegnare particolarmente chi ha compiti? 

 



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