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Indifferenza

dom 14 feb 2021 10:02 • By: Renato Pellegrini

La pandemia insegna che abbiamo bisogno dell’altro

«Il peggior peccato verso i nostri simili non è odiarli, ma essere indifferenti». Così scrive George Bernardo Shaw. È un pensiero semplice, ma che invita a riflettere. Uscire da se sessi e mettere al centro della propria attenzione l’altro, è sicuramente un passo difficile, ma serve anche per se stessi, per il proprio star bene. Il senso della vita è infatti prima di tutto il bene, cioè l’armonia delle relazioni con chi ci sta attorno e con la natura.

Ci sono momenti nei quali traspare la gratuità e la bellezza del vivere, e ci sono per dirci che qui sulla terra «non siamo un ingranaggio di un meccanismo anonimo», ma per sperimentare di essere protagonisti del progresso umano e spirituale di questo mondo. Non occorrono grandi cose per verificarlo: «questi momenti corrispondono a esperienze etiche, estetiche e spirituali, e si concretizzano spesso in circostanze molto semplici, come quando ci si sente a casa nella natura, si sperimenta il calore umano dell’amicizia, si viene rapiti dall’armonia di una musica, si gioisce interiormente, perché si vede nascere in un giovane cuore la passione per la cultura e la giustizia, o si percepisce quella dolce armonia che invade la totalità della persona in presenza di un amore vero e ricambiato» (Vito Mancuso, Questa vita).

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Non sono banalità, in queste esperienze io vedo il sole della vita!

La pandemia con tutta la sua crudeltà e le molteplici crisi, personali, spirituali ed economiche che porta con sé continua a urlarci in faccia che l’altro è importante, è necessario perché non siamo nati per vivere come eremiti, isolati, soli. Abbiamo bisogno degli scienziati, che pur tra tante incertezze, studiano per «migliorare le basi scientifiche e migliorare le capacità di risposta» (David Quammen, Spillover). Ma abbiamo bisogno anche di attenzione e impegno personali. Il messaggio che riceviamo è: amo me stesso se rispetto gli altri, e in un tempo nel quale li devo tenere lontani non li posso però dimenticare. Siamo in un modo o nell’altro legati alla vita di tutti. Non solo di quelli che conosciamo e incontriamo. Di tutti, perché ogni giorno veniamo in contatto con oggetti e cibi preparati da altri, che vivono lontano da noi, persino dall’altra parte del mondo. E il loro lavoro e le loro fatiche rendono più bella la nostra vita. Anche così scopriamo quanto sia vero che la completezza della nostra vita, «il suo valore si raggiunge solo essendo un uomo che ha bisogno degli altri uomini, per creare un mondo davvero umano» (Vittorino Andreoli).

Non c’è dubbio, dunque, che l’odio sia un peccato grave, una ferita profonda, ma forse è ancora più malvagia e inquietante l’indifferenza. Eppure è proprio questo lo stile di vita e di comportamento a cui ci stiamo assuefacendo. Sappiamo certamente di più sulla miseria del mondo, abbiamo più occasioni di confrontarci con gli altri, differenti da noi, ma il risultato prevalente non è quello, pur praticato da alcuni della premura o, all'opposto, del rigetto, bensì quello dell’insensibilità. Si è sempre più distaccati, impassibili, apatici di fronte al mondo che bussa alle porte della nostra casa; siamo ben protetti da chi ci infastidisce; abbiamo subito la scusa giusta per dare risposte che ci mettono al sicuro. Un sostantivo un po’ volgare ma comune definisce in modo netto questo atteggiamento: il «menefreghismo» che è il vessillo del nostro tempo. E ci coinvolge tutti.



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