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Campagna, luogo dell’innovazione

gio 18 feb 2021 15:02 • By: Alberto Mosca

Per l'architetto e urbanista Stefano Boeri serve un nuovo rapporto di cura e coabitazione tra realtà urbana, ruralità e natura spontanea

L'architetto e urbanista Stefano Boeri

“Più alberi nelle città, più umani nei boschi: una presenza dell’uomo nella cura dei grandi paesaggi naturali, con un atteggiamento culturale che venga prima di una scelta di insediamento”. Contiene la parola forte “cura” il messaggio che l’architetto e urbanista Stefano Boeri, autore del Bosco Verticale di Milano, ha lanciato nel corso del digital talk promosso da APOT e intitolato “Economia e paesaggio, da contrapposizione a simbiosi. Un modello territoriale sostenibile tra tutela, sviluppo e integrazione”. Un appuntamento assai ricco di contenuti, che riprenderemo su queste pagine.

L’intervento di Boeri ha preso le mosse da una questione di fondo, la ricerca doverosa di una simbiosi da sviluppare tra insediamento urbano, ruralità e natura spontanea.

“Si tratta di un tema fondamentale – ha spiegato Boeri – quello di un territorio che comprende l’atto della cura, prevedendo la presenza umana in un paesaggio, quello boschivo, forestale, spontaneamente naturale che ha bisogno della cura dell’uomo”. Uno scenario aperto negli ultimi anni – ha proseguito Boeri – da una prospettiva nuova, da approfondire, che pone l’attenzione ad una coabitazione tra la sfera rurale antropizzata e quella della natura spontanea; un campo da comprendere con coraggio e attenzione”.

Si tratta per Boeri di fare i conti con una fase nuova, in cui cambia il rapporto di “comprensione tra la nostra specie e la natura vivente”, che nel tempo si è nutrito di pregiudizi e prospettive che ancora più oggi la fragilità umana messa a nudo dalla pandemia mette completamente in discussione.

“Il tema della sostenibilità – ha detto Boeri – diventa così un tentativo di riequilibrare il rapporto con la natura”; quest’ultima però non più vista come qualcosa che sta “fuori”, ma di cui siamo parte; quindi non con la pretesta di controllarla dall’esterno, ma con l’opportunità di “viverla come una contaminazione interna, prendendo atto non solo di quello che non sappiamo, ma anche di quello che non sappiamo di non sapere”.

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In questo contesto l’urbanista ha evidenziato alcuni scenari utili a dare concretezza al concetto generale. Innanzitutto il secolare e contrastato rapporto tra città e campagna, la sfera urbana e quella rurale, con quest’ultima talvolta ritenuta esempio di natura spontanea: “Ad esempio il Chianti – ha citato Boeri – realtà completamente antropizzata ma considerata esempio di naturalità”.

Per questo è necessario guardare con attenzione ai paesaggi coltivati ma anche ai termini del linguaggio comune che usiamo per descriverli, valorizzare quella dimensione antropica che “lavora con i materiali della natura”. In realtà, ha osservato Boeri, “in questi anni abbiamo guardato ossessivamente alle città, che rappresentano il 3% delle terre emerse, ma ospitandone il 60% degli abitanti; ma il nuovo succede in ciò che sta fuori delle città, è la campagna il luogo dell’innovazione, anche nel campo agricolo e silvopastorale”; e la pandemia, coincidenza fino a un certo punto, ci ha mostrato con chiarezza questa dimensione. Ricordiamo peraltro che il tema dell’Expo di Milano 2015 era proprio “food the planet”, la trasformazione dei prodotti agricoli in cibo, in “energy for life”.

Per Boeri il tema è quindi quello della “transizione” da realizzare tra la sfera urbana, quella rurale e quella della natura spontanea, sfumando i confini, aprendo alle compenetrazioni tra mondi che non sono separati.

L’architetto ha portato quindi alcuni esempi di “World Park”, strumenti di contenimento del cambiamento climatico: come la “Grande muraglia verde” della fascia subsahariana, la possibilità anche in altri contesti di costruire in più continenti dei corridoi biologici, aree boschive e di ruralità sostenibile e città votate alla biodiversità: un modo totalmente nuovo di pianificare gli insediamenti.

Cis, esempio di paesaggio rurale tra Val di Non e Val di Sole

Ma anche con esempi come la trentina Arte Sella, straordinario progetto di arte naturale che ha creato un’attrattività di rilievo in un luogo fuori dal circuito turistico consolidato, o ancora con i legni “post Vaia” che diventano un evento itinerante per l’Italia.

Inoltre, i borghi: “Ripensiamo le aree interne – ha sottolineato Boeri – alla loro importanza, alla loro riscoperta anche a seguito della pandemia: dobbiamo capire come ripopolare, in modo efficiente, non nostalgico, innovativo, borghi straordinari per storia e qualità dell’aria, dell’acqua, del cibo”. In Italia sono 2300 i borghi totalmente abbandonati: “Ricreiamo luoghi di vita, non di seconda casa, secondo un progetto nazionale, in cui si stringano contatti tra città e reti di borghi, innestandovi attività produttive e professionali, di cura del territorio”. Piani strategici che ad esempio stanno trovando realizzazione in Cina, anche con la collaborazione di Slow Food.

Infine Boeri ha indicato alcuni progetti recenti, di transizione e di evoluzione del ben noto bosco verticale: un progetto che da Milano può essere declinato nel mondo, che parte dall’idea di avere una quota importante di risorse naturali in una piccola superficie, basti pensare che nel bosco verticale si trovano 21.000 piante: “La città che sa assorbire la natura vivente, ponendo rimedio ad un contesto inquinato con un aumento di biodiversità, ma che può avere un  passaggio importante, che lavora non più su una disposizione romantica della presenza delle essenze, ma con un modello legato alla storia del giardino all’italiana, con aree diverse, ciascuna con una specializzazione dal punto di vista botanico, potenzialità aperta nell’esplorazione del rapporto tra natura, ruralità e realtà urbana”.

 


Un rendering della nuova Torre Botanica di Milano

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