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Pregare ha senso?

dom 07 mar 2021 14:03 • By: Renato Pellegrini

La preghiera sta nel modo in cui concepiamo il mondo

VALLI DEL NOCE. I cristiani vivono in questi giorni prima della Pasqua un tempo chiamato Quaresima. Giunge ogni anno lasciando in molti un senso di indifferenza, in altri sentimenti di stizza, a volte di noia, altre volte di rigetto. Per altri ancora è un «tempo favorevole», nel quale non si è chiamati a fare qualcosa, ma piuttosto a cercare e ritrovare la verità di se stessi. È dunque un tempo in cui tutti, credenti e non credenti, possono rafforzare la capacità di dire “sì” o “no” a un progetto di convivenza umana che portano nel cuore. Si tratta in fondo di chiarire a se stessi che tipo di convivenza si vuol mettere in atto, quali realizzazioni portare avanti insieme ad altri per un mondo più giusto, più solidale. Questo cammino, che è prima di tutto interiore, è chiamato «conversione». È cioè mettere se stessi in condizione di valutare verso dove si sta camminando, verso quali ideali e quale futuro. In questa situazione ci sono molti elementi richiesti a tutti, uomini e donne, giovani e anziani, ricchi e poveri: ascolto, cura degli altri, compassione.

I cristiani conoscono la fragilità delle donne e degli uomini di ogni epoca. Sanno che le mete che ci si propone, per sé e per tutti, non sono facilmente raggiungibili, e per questo si rivolgono a Dio, in questo periodo con maggior frequenza e convinzione.

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Prima di tutto con la preghiera. E per prima cosa occorrerà chiedere proprio a Dio che purifichi la nostra preghiera, perché rischia di essere solo una domanda che qualcosa cambi. E quante restano inascoltate! Non è raro incontrare qualche persona che chiede: «ma c’è qualcuno che mi ascolta o le mie preghiere finiscono in un silenzio spaventoso?» È vero che non di rado eleviamo a Dio preghiere ingenue: «Fa’ che la tal persona guarisca», oppure «Fa’ che finiscano le guerre», e ancora: «Fa’ che prenda un bel voto in matematica», «Fa’ che il mio matrimonio superi questa crisi»… Non sono desideri banali. Nascono sempre da un cuore sofferente, da un forte desiderio di bene, dalla necessità di un rapporto personale. Un Dio che non ci venisse incontro nel nostro intimo di persone non susciterebbe alcun interesse! 

Nella preghiera che Gesù ci ha insegnato, noi chiamiamo Dio col nome di Padre. Se questo appellativo ha un senso, il suo destinatario deve rispondere a noi, che siamo esseri personali, in maniera personale, o almeno in un modo che possiamo sperimentarlo o interpretarlo come una risposta. Ma dove sperimentiamo Dio? Forse in quel inspiegabile conforto che in un certo momento nasce dentro di noi, sommersi da dubbi e privi di speranza. Oppure nella vastità di un paesaggio che si osserva dalla cima di una montagna, quando ci si sente parte dell’universo e insieme si capisce che qualcuno, più grande di te, conserva il tuo nome. Mentre sono nel mondo, sperimento una realtà più grande del mondo. E posso giungere a una sorta di dialogo. Ecco perché io credo che il nostro pregare sta nel nostro modo di concepire il mondo e in un certo senso coincide con esso. «La moderna cecità nei confronti di Dio non è forse anche e soprattutto conseguenza o espressione di una certa forma di cecità nei confronti della realtà?», chiede il grande poeta e studioso della Bibbia Fridolin Stier (1902 – 1981). Le persone credenti vedono il mondo in Dio, e questo cambia il mondo.

È davvero sorprendente vedere che in Quaresima in molte parrocchie anche delle nostre valli si tentano esperienze che non tradiscono la tradizione, ma sanno andare al di là. Spesso la preghiera diventa dialogo con Gesù sulle vicende umane, un tentativo di domanda e risposta non scontato. Ci sono credenti che sperimentano, dentro o fuori gli itinerari proposti, cammini di autentica conversione al mondo e a Dio. Non dimenticano le vicende degli uomini e la loro storia per contemplare solo Dio e non dimenticano Dio per immergersi soltanto nella realtà storica. Essi diventano un poco alla volta consapevoli che la preghiera è un atto d’amore e che amare è oggi prima di tutto alleviare la sofferenza e praticare la giustizia. Questo è un altro impegno che il tempo di quaresima chiede ai cristiani, su cui vorrei riflettere un’altra volta.



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