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Marina Mattarei, «essere donna è un’aggravante»

lun 08 mar 2021 14:03 • By: Lorena Stablum

La presidente della Famiglia Cooperativa Vallate solandre chiede azioni concrete per un’effettiva parità di genere

RABBI. Il cammino sulla strada della parità di genere rimane, nel nostro paese, ancora lungo e per certi versi tortuoso. Lo sanno bene le donne che ogni giorno si trovano, soprattutto nell’ambito lavorativo e professionale, a scontrarsi con un mondo ancora troppo incentrato su una visione maschile. In occasione della Giornata internazionale della donna, NOS Magazine ha deciso così di rendere omaggio all’altra metà del cielo intervistando su questo tema una donna forte, determinata e tenace come la presidente della Famiglia Cooperativa Vallate solandre Marina Mattarei.

Presidente, ci racconta la sua esperienza di “donna di potere”? Si è sentita mai discriminata?

Parto da una premessa: ognuno di noi porta il proprio vissuto. Quando diventai presidente della Famiglia Cooperativa la questione di genere non si è posta. Quando mi hanno chiesto la disponibilità, le valutazioni furono fatte sulla persona, non vi fu nessuna fibrillazione nonostante fossi la prima presidente donna di questa Cooperativa ed entrassi in un consiglio di amministrazione che fino ad allora era sempre stato formato perlopiù da uomini. Ho arato il campo, sono stata una pioniera. Al femminile, bisogna dimostrare qualcosa in più. Non ho mai sentito un uomo chiedersi se sarà adeguato al ruolo, mentre noi donne siamo investite da tanti interrogativi prima di accettare un incarico. Per quanto mi riguarda, però, la questione di genere non è stata mai frenante. Credo che sia il nostro atteggiamento che cambia la visione, il cda ha capito che lavorare insieme avrebbe portato a gestire un’impresa per farla rendere al massimo. La nostra realtà è cresciuta nel tempo proprio grazie all’integrazione di ruoli e valori. Fin da subito mi sono posta come presidente e così ho agito, interpretando quel ruolo pienamente. In una società in cui il concetto di merito non esiste o quasi, né per gli uomini né per le donne, dobbiamo fare la nostra parte per rendere la nostra testimonianza.

Nel 2009 viene chiamata dal presidente Diego Schelfi alla vice presidenza della Federazione della Cooperazione Trentina.

Allora Schelfi si era reso conto che doveva inserire all’interno del cda una presenza femminile con una scelta che è stata in un certo senso funzionale al potere maschile. Credo, che nella mia figura, abbia colto anche del valore e mi sono approcciata all’incarico con spirito genuino e ingenuo.

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È stata una navigazione in solitaria e per la prima volta, in quell’occasione, all’interno della Cooperazione ho sperimentato il potere gestito pienamente e solamente dagli uomini. Come donna appari solo di contorno e quando fa comodo. Fortunatamente, non avevo un debito di gratitudine infinito, come invece accade spesso ad altre donne, che sanno benissimo di essere arrivate in quella posizione perché è stato consentito loro. Spesso le donne percepiscono quel ruolo di cui sono investite come il raggiungimento di un traguardo e non di un punto di partenza, sei appagata e quindi perdi anche quella spinta riformista che potresti portare avanti. L’ho visto succedere molto spesso. Non essendo arrivata lì per un debito, ho coltivato la mia indipendenza e la mia idealità, che certo mi ha portato a farmi degli amici ma anche dei nemici arrivando anche a opporre un “gran rifiuto” a Schelfi, in occasione della sua elezione al quarto mandato. Da ex vicepresidente caduta in disgrazia ricordo di aver passato il triennio molto isolata, sperimentando cosa significa cosa fare minoranza, senza il sostegno, nemmeno su questioni di merito, delle altre donne presenti in consiglio.

Nel 2018, riesce in un’impresa incredibile: diventa la prima presidente donna di FedCoop.

È stata una coincidenza fortunata o sfortunata, dipende da come la si vuole leggere. In quel frangente, si verificò una rottura nel potere maschile, un errore questo che non si è più ripetuto, e riuscii a infilarmi in questa debolezza. Su questo mio nuovo impegno, la questione di genere diventa più sfumata. Oltre a non aver mai ricevuto l’appoggio della vecchia rappresentanza femminile, ho percepito una grande ostilità: era insopportabile vedermi alla guida della Cooperazione dopo che avevo passato tre anni all’opposizione. C’è stato un vero ostracismo come sempre proveniente dalla controparte maschile che ha esercitato il suo "potere visibile e invisibile". Oltre all'attacco sul ruolo, ho vissuto, e con me le donne a cui avevo affidato la gestione di competenze importanti, un'analoga situazione anche sulle questioni fondamentali e di sostanza sull’istanza riformatrice che intendevo portare avanti. La cosa scioccante è che questo veniva sia dagli uomini che dalle donne. I temi andavano certamente al di là della questione di genere, ma l’essere donna costituiva un’aggravante.

Se lei fosse la presidente del Consiglio dei Ministri, quali azioni promuoverebbe per ridurre le differenze di genere?

Negli ultimi 20 anni abbiamo fatto un salto all’indietro impressionante rispetto alle conquiste dei diritti femminili. Credo che servirebbe costruire un tavolo, di donne e di uomini, di spiriti illuminati capaci di costruire un ventaglio di azioni e strumenti efficaci che possano contribuire a creare una cultura attenta alle questioni di genere. Ritengo fondamentale il tema del lavoro: dobbiamo mettere le aziende nelle condizioni di applicare parametri meritocratici di assunzione, per gli scatti di carriera, per l’equo compenso a parità di ruolo, costruire un sistema sociale in cui i nuclei familiari possano trovare strumenti di conciliazione. Mario Draghi, nel discorso d’insediamento, ha parlato di donne e di giovani, mi auguro che faccia seguire azioni concrete a queste dichiarazioni. Sul dibattito legato al Recovey Fund, ad esempio, sento parlare solo di investimenti in strade e ponti, ma altrettanto importanti sono gli investimenti in infrastrutture legate al welfare.

Un’ultima battuta. Dopo il festival di Sanremo, è ritornata alla ribalta la questione della declinazione al femminile delle professioni. Cosa ne pensa?

Personalmente, ho scelto di farmi chiamare usando l’articolo al femminile e tutti si rivolgono a me con naturalezza come “la presidente”. È certamente un tema ampio e si inserisce nello svilimento dell’uso della nostra lingua che è tra le più ricche e straordinarie al mondo. Mi rendo conto che la troppa puntigliosità o l’enfasi con cui noi donne a volte reclamiamo la declinazione al femminile rischiano di generare avversione e stigmatizzazione, creando quei presupposti che consentono, a uomini e donne, di ridurre il tutto a un fronzolo o a una questione non di sostanza. Il tema di dare una dignità ai ruoli istituzionali e professionali, usandoli al maschile e al femminile, non deve essere ridotto a un mero obiettivo ma deve essere uno strumento per creare quella cultura di rispetto in cui tutti i generi hanno pari dignità.  



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