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La paura di Lucia e le nostre paure

dom 28 mar 2021 10:03 • By: Renato Pellegrini

Non smettiamo di avere fiducia nell’avvenire e di prenderci cura degli altri

VALLI DEL NOCE. Questo che viviamo è per molti aspetti un tempo di paura. Una paura persistente, continua, che pare non voler passare.

Ascolto persone stanche e avvilite per non veder all’orizzonte una certezza che dia pace, che mostri una luce, che faccia capire che il virus può essere sconfitto, che non lo si ha più da temere. E mi sono chiesto se, per caso, nella letteratura, si possa trovare un esempio di chi questa paura ha vinto in una situazione difficile e simile. M’è venuta alla mente Lucia, la protagonista de I promessi sposi. Quasi alla fine del romanzo, al capitolo XXXVI, c’è un brano che ci può dare una mano in questa veloce ricerca. A Milano c’è la peste. I morti non si contano. Qui siamo nel Lazzaretto, luogo di appestati, di moribondi e di morti, ma anche di persone, che avevano «l’alto privilegio di servire Cristo» nei malati. Renzo, che sta instancabilmente cercando Lucia, sapendo che lei pure s’era ammalata, e non trovandola fra i guariti, s’avventura là dove c’erano coloro che avevano contratto la peste. E presto, per caso, sente una voce, al di là di una parete di paglia, che dice: «Paura di che?», rivolgendosi a una donna «di forse trent’anni». Era una donna in via di guarigione affidata alle cure di Lucia.

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Si, perché quella voce era proprio la sua!

«Paura di che?» pare una di quelle domande fatte apposta per consolare i malati e dar loro un po’ di coraggio, o infondere fiducia in chi teme qualcosa di dannoso per sé. In questo caso Lucia risponde a una ammalata di peste, in via di guarigione, ancora in stato di grave debolezza, che teme un temporale che incombe. Lucia svaluta la minaccia del maltempo, ma contemporaneamente pone la memoria dei mali sopportati. Quelle sofferenze sono state vinte e, pensando a tutto il percorso compiuto, diventano segno di speranza, si può dire che traccino un cammino da compiere. I rischi trascorsi sono stati ben peggiori ed è per questo che è lecito credere che «Chi ci ha custodite finora, ci custodirà anche adesso». L’esperienza passata e la fiducia in Dio riescono in qualche modo a rendere sopportabili i guai della vita che continua.

Nel romanzo il tema della paura è sempre presente. La vita di Renzo e Lucia è intessuta dalla paura: si pensi alle molestie di don Rodrigo, al fatto che, per paura, don Abbondio non sposa i due innamorati, all’avvocato di Lecco che non ha voluto dar pareri a Renzo, sempre per paura. Si pensi alla stessa paura di Renzo che scappa a piedi da Milano a Bergamo. Oppure a Lucia che si rifugia prima in un monastero e poi nella casa di donna Prassede. Non è da dimenticare la paura di cittadini anonimi nei quali il contagio rischia sempre di scatenare i peggiori istinti. Succede qualcosa di simile anche in noi oggi. La paura ci fa perdere persino qualche bel carattere della nostra umanità. Eppure ne abbiamo passate di tragedie, da guerre insensate, portatrici di crudeltà indicibili, a epidemie violente, in tempi in cui la medicina a malapena arrancava. Se ce l’abbiamo fatta allora, non dovremmo farcela adesso? E per chi crede c’è anche la certezza che il male e la morte non avranno l’ultima parola. La bellezza dell’autentica letteratura è che a distanza di anni continua a parlare di cose che ci sono anche adesso. Lucia sa cos’è la paura, l’ha vissuta sulla sua pelle, ha incontrato uomini prepotenti, ha subito la violenza di un rapimento e ha temuto di perdere la vita, eppure non ha mai perso la fiducia nell’avvenire, non ha mai smesso di prendersi cura delle persone più deboli attorno a lei, come nel Lazzaretto: «Paura di che? Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodito finora, ci custodirà anche adesso».



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