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La Pasqua al tempo della pandemia

dom 04 apr 2021 10:04 • By: Renato Pellegrini

La situazione attuale ci chiama a cambiare rotta

Incredulità di San Tommaso, Michelangelo Merisi da Caravaggio, 1600 - 1601, Bildergalerie, Potsdam

VALLI DEL NOCE. Noi viviamo un tempo in cui parlare di resurrezione è quantomeno equivoco, non sempre comprensibile. Da molto tempo la cultura annuncia che “Dio è morto”, e dunque è un Dio assente, che, forse, c’era, ma oggi non c’è più, non trova posto in mezzo agli uomini. Cosa significa dunque «risorgere»? Un primo significato è rialzarsi dallo stare piegato. Non è forse vero che tutto ciò che è fragile, caduco ha bisogno di nascere guardando al di là di quello che è? Pensiamo alla notte, quando si apre al giorno, al bruco che diventa farfalla, al buio (interiore) che improvvisamente lascia spazio alla luce. Chi risorge ha attraversato la morte, che può essere un fallimento, una malattia, una violenza. La vita che viene dopo è innestata su quella morte.

Da più di un anno viviamo la pandemia, che ci ha provati nel corpo e nello spirito. Tanti sono i morti a causa del virus, tanti si sentono soli e disperati. Molti affrontano un futuro economicamente incerto. Potremmo chiederci dove sono i segni di Risurrezione, se forte è invece il senso di smarrimento. Dopo ogni pandemia, che abbiamo purtroppo guardato da lontano è sempre stato così. Nemmeno ci ricordiamo dei 32 milioni di morti causati nel mondo dall’Aids; forse ancor meno ci interessa sapere che nel 2018 sono morte 435 mila persone di malaria, e 1,2 milioni di tubercolosi, senza parlare delle epidemie causate dall’influenza suina, aviaria, Ebola, Sars e Mers.

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La spagnola ha fatto morire almeno cinquanta milioni di persone tra 2018 e il 2019. Sono numeri che mettono paura, ma lontani. E dunque perché non ci domandiamo se davvero non abbiamo bisogno di risorgere? Questo tempo di epidemia ci chiama a scegliere la direzione verso cui andare come comunità sociale e politica. La parola risurrezione la possiamo comprendere in due modi diversi: davanti alla mortalità e ai cambi d’epoca si può insorgere, “levarsi contro”. Oppure risorgere, “elevarsi verso”, come i girasoli con il sole. Per la cultura contadina resurrezione è ciò che nasce quando un seme muore. Quando la giustizia è riparativa e non vendicativa, il lavoro è pagato, la dignità è rispettata, la prossimità è una rinascita sociale, la salute è garantita, le comunità sono l’antidoto a ogni forma di populismo.

I cristiani possono capire la Risurrezione guardando alla croce di Gesù. La morte vince sulla vita, ma l’amore vince la morte. L’amore è curativo! Per questo «la croce è l’enigma con cui Dio risponde all’enigma dell’uomo. Un Dio crocifisso non corrisponde a nessuna concezione religiosa o atea. È una rappresentazione oscena, fuori della scena del nostro immaginario: è la distanza infinita che Dio ha posto tra sé e l’idolo», ha scritto P. Silvano Fausti. È per questo che in questa Pasqua dobbiamo “elevarci verso” per trovare un equilibrio tradito. Lo ha di recente ricordato anche il Papa: “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la natura non perdona mai”. Ritrovare un equilibrio con la natura che si ribella anche attraverso un virus è superiore allo sforzo che può fare la cultura per uscire da questa crisi.

La speranza deve essere l’ultima a morire. Gesù lo ha detto a Maria: “Io sono la resurrezione e la vita” (Gv. 11,25), prima la morte, poi la resurrezione e poi la vita. Da allora per i cristiani la Pasqua è il ricordo della liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto ma è soprattutto la festa della persona, che nonostante tutti i suoi limiti non sarà distrutta dalla morte. Buona Pasqua!



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