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Celebrare in tempi di pandemia

dom 11 apr 2021 09:04 • By: Renato Pellegrini

La Messa online è uguale a quella in presenza? La Chiesa, per rimanere comunità, è chiamata a pensare in maniera alternativa? La riflessione domenicale

VALLI DEL NOCE. Non c’è alcun dubbio che il virus si è insinuato anche nella azione pastorale delle comunità cristiane e nella liturgia. Un esempio lampante: è venuta a mancare la comunità, la presenza con il corpo sia negli incontri di approfondimento della propria fede, sia nella celebrazione liturgica. La presenza, quando c’è, è comunque e necessariamente sottoposta alla normativa imposta dalla situazione sanitaria. La prima conseguenza è che molti sono passati dalla partecipazione «in presenza» della messa a quella in video e non hanno percepito la differenza. Si è in larga parte assimilata la percezione che una potrebbe valere l’altra.

In qualcuna delle mie parrocchie ne ho avuto la conferma. In molti hanno acceso la televisione o il computer e, magari in buona fede, si sono convinti di partecipare a una liturgia reale. Il desiderio era (ed è) quello di tener vivo un rito comune e si è riusciti a farlo grazie ai mezzi della comunicazione. A questo punto c’è da chiedersi: eravamo contenti delle nostre messe prima della pandemia? Sì e no.

Sì, perché la partecipazione alla messa è quell’esercizio che molti non vorrebbero perdere. «Teniamoci con tutte le forze, mi ha detto una persona che partecipava online a una riflessione sul Vangelo, perché è forse l’unico momento rimasto per dirci comunità». Ma anche «no» perché tante volte ci siamo detti che le messe dovrebbero essere «più belle», intendendo con questo più autentiche, forse più partecipate, più coinvolgenti. Sono molti i giovani che pensano che in fondo sono sempre tutte uguali….

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Oggi, complice la pandemia, ma anche la carenza di preti, in qualche parrocchia si comincia a pensare in maniera alternativa. Si sente in qualche modo importante incontrarsi. E allora nascono proposte che vanno oltre la messa: ritrovarsi a pregare o a riflettere senza un «esperto» o un consacrato. Nel frattempo si è dovuto ripensare anche alla celebrazione dei funerali, delle cresime, delle prime comunioni, dei matrimoni, dell’unzione degli infermi. Per ora i sacramenti non si celebrano. È assolutamente giusto stare attenti alle norme anti-covid 19.

Da principio questo blocco ha portato smarrimento. Veniva a mancare una prassi consolidata e automatica. «Abbiamo così toccato con mano quanto siamo sospesi alla prassi sacramentale come alla lastra di ghiaccio, che in questo momento ci serve da zattera nel mare aperto delle transizioni e tra le correnti del riflusso secolare» (Giuliano Zanchi).

Rimasta l’unico reale spessore di sostegno delle pratiche cristiana, il suo svanire progressivo inquieta da diverso tempo, mentre cominciare a pensare come si potrà andare avanti dopo che anche questa lastra di ghiaccio si sarà insottilita all’estremo mette in circolo una specie di terrore. Forse anche noi preti abbiamo paura del cambiamento, del fatto che in futuro potrebbe avere più importanza la responsabilità di ogni battezzato, che pure è chiamato a esercitare il sacerdozio comune. Può anche accadere che all’orizzonte appaia una forma di chiesa completamente diversa, e che i preti debbano rivedere radicalmente la loro missione. Volete paio di esempi di come il nuovo si faccia presente, proprio grazie a questa pandemia?

La confessione è un sacramento dimenticato dai più da molti anni ormai. I vescovi hanno permesso di usare la cosiddetta terza forma, prevista già da Paolo VI, ma tenuta lontana per tutta una serie di motivi. In breve: Paolo VI aveva previsto che si potesse assolvere, a certe condizioni, senza la necessità di enumerare al prete i propri peccati. Forma praticamente dimenticata finora. Date le limitazioni nei rapporti personali, i vescovi, sia pure per motivi straordinari, l’hanno permessa. E c’è stato un forte ritorno di fedeli che desideravano il perdono. Non si potrebbe pensare a introdurla come prassi ordinaria, visto anche il venir meno dei sacerdoti?

Altro esempio. Come portare la comunione ai malati o agli anziani? Talvolta non è possibile. Il ministro non può passare di casa in casa per evitare possibili contagi. Ecco che è diventato possibile che, sempre in questo periodo di emergenza sanitaria, un familiare portasse l’eucaristia a chi, nella sua casa, la desiderava e non poteva riceverla altrimenti. Ancora. Ci si chiedeva come poter entrare nelle case di riposo a portare la comunione agli ospiti. Da qualche parte - anche a Malé - un’operatrice, convintamente credente, ha chiesto e ottenuto dal vescovo l’autorizzazione a portare l’Eucaristia, a Natale e a Pasqua a quegli anziani che la richiedevano.

Per concludere, vorrei augurarmi che in un tempo di crisi sociale del rito, dovremmo ascoltare come chiesa quel richiamo inatteso di Dio, che si è consegnato a dei segni, e che probabilmente ci chiede di farli diventare esperienza viva della sua presenza.



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