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Hans Küng: un teologo per la chiesa del futuro

dom 18 apr 2021 09:04 • By: Renato Pellegrini

La sua opera, i rapporti conflittuali con la Curia romana, la profondità di un pensiero che con il Concilio Vaticano II voleva una Chiesa aperta al mondo

Forse non molti lettori avranno sentito parlare o letto qualche libro di Hans Küng, morto il 6 aprile scorso. È un sacerdote e teologo a me molto caro, per la sua visione di chiesa, aperta, sensibile ai problemi del mondo d’oggi e compagna delle donne e degli uomini in ricerca del senso della vita e della presenza di Dio nelle loro esperienze.

Nato nel 1828 ha studiato all’Università Gregoriana di Roma negli anni ‘50 del secolo scorso. Entusiasta del Concilio Vaticano II (1962 – 1965), ne fu uno degli esperti più giovani insieme a Joseph Ratzinger. Professore dal 1960 alla prestigiosa università di Tubinga, fu proprio lui a far chiamare il suo amico a insegnare. Le loro strade si separarono nel 1968, perché il futuro Benedetto XVI si spaventò a causa delle rivolte studentesche e ritenne ogni cambiamento pericoloso per la solidità dell’istituzione.

Negli anni Settanta Küng cominciò ad avere le prime difficoltà con le autorità romane (Vaticano) e ben presto arrivò un primo ammonimento (1975). Quattro anni dopo gli fu vietato l’insegnamento della teologia cattolica. Ma l’università di Tubinga istituì appositamente per lui una cattedra, grazie alla quale continuò ad insegnare. Perché si è giunti a questa rottura?

Alcuni punti della teologia di Küng furono decisamente contrastati da subito e, per la verità, nemmeno ora sono accettati: distribuzione della comunione da parte dei laici e infallibilità del papa. Egli sosteneva che i battezzati, anche se non sono preti, possono consacrare il pane e il vino e quindi distribuire la comunione.

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Questo dovrebbe essere considerato del tutto possibile in caso di necessità, come avviene per il battesimo.  Per quanto riguarda l’infallibilità del papa, quando si esprime su insegnamenti riguardanti la fede e la morale, Küng solleva obiezioni di vario genere. Questo dogma è stato definito dal Concilio Vaticano I (1870), in una situazione storica particolare, segnata dalla volontà di restaurare l’antico ordine assolutista. Era papa Pio IX, il quale aveva un carattere non proprio incline al dialogo. Raccontano gli storici che in una sessione conciliare se la prese con il vescovo di Bressanone, contrario all’infallibilità, esclamando: «La chiesa sono io!» I vescovi francesi abbandonarono i lavori e se ne tornarono a casa. Il dogma tuttavia fu in seguito praticamente accettato.

Per Küng fu un intervento anacronistico che ha legato le mani ai padri conciliari del Vaticano II. È indubbio che come teologo abbia sempre combattuto le rigidità della chiesa, senza mai piegarsi ai provvedimenti superiori. Sono celebri i suoi best seller: Essere cristiani (1976) e Dio esiste? (1978); hanno fatto conoscere al grande pubblico un intellettuale dal respiro ecumenico e aperto al dialogo con le religioni non cristiane. Anche sul versante dell’eutanasia aveva idee innovative. Basta leggere il testo: La dignità della morte. Tesi sull’eutanasia (2007), dove considera legittima la possibilità di aderire alla «dolce morte», qualora la vita, sostenuta soltanto dalle macchine, perdesse ogni dignità.

Presentare Küng come un dissidente che attaccava Roma non corrisponde alla realtà. Ha solo portato avanti la sua carriera di teologo. I pochi punti che sono stati oggetto di critiche sono ben lungi dall’essere l’essenziale della sua opera. Cosa si può dire del suo impegno degli ultimi anni per il dialogo delle religioni? Küng vedeva nel Dio dei Vangeli un invito ad accogliere l’alterità. Per lui, i cattolici devono studiare e ascoltare le altre religioni, e anche i pensieri atei o la modernità secolare. Non per andare verso un sincretismo o verso una confusione, né per attenuare la verità del cristianesimo, ma per comprenderla e formularla meglio. Usa una bella espressione, “trasformare la critica esterna in critica interna”, cioè non cercare di difendersi dagli attacchi esterni ma cogliere ciò che essi hanno di vero e che può aiutarci a comprendere meglio noi stessi.

Fino alla fine, Hans Küng ha fatto riferimento al Concilio Vaticano II e alla volontà di aprire le porte e di lasciar entrare il mondo. Forse ha creduto troppo in quell’evento. E non voleva che il Concilio fosse una parentesi nella storia, con la Curia e la sua burocrazia che continuano a rimanere estranee alla dinamica conciliare. Con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI non ha certo avuto buoni rapporti. Avevano posizioni distantissime ed era impresa ardua l’ascolto. Con Francesco ha avuto uno scambio epistolare a cui il papa ha sempre risposto «personalmente e fraternamente». Accogliere le provocazioni di un uomo di fede e di un grande pensatore può solo portare frutti positivi per il mondo e per la Chiesa.



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