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Dove è l'uomo?

sab 11 apr 2020 17:04 • By: Renato Pellegrini

Una riflessione pasquale nelle parole di don Renato Pellegrini, storica firma di Nos magazine.

Don Renato Pellegrini

Viviamo per la prima volta nella storia del cristianesimo una Pasqua celebrata senza la presenza delle comunità. Le Chiese rimangono chiuse e le persone senza la possibilità di uscire dalle loro case.

Una pandemia inaspettata ha travolto sogni e speranze e ci ha fatto scoprire i nostri limiti; è venuta a dirci che non possiamo prevedere tutto e ancor meno programmare il futuro. Assistiamo impotenti a una fila interminabile di morti, a una strage nelle case di riposo, al dolore composto e inconsolabile di chi vede un marito, un padre andarsene senza un saluto, senza una carezza, con uno strazio senza nome. Ho sentito al telefono i singhiozzi e le domande senza risposta di qualcuno che nell’angoscia più grande nemmeno poteva andare al cimitero a dare un ultimo saluto alla persona amata.

«È peggio di una guerra… Non auguro a nessuno un’esperienza tanto tragica» sono state le parole di una moglie che in pochi giorni ha perduto il marito senza poter fargli compagnia, senza poterlo accarezzare per un’ultima volta, senza un saluto. C’è un nemico invisibile, che nessuno conosce, nemmeno la scienza sa come affrontarlo, come debellarlo. E un nemico così semina tanta paura, perché il rischio è in tante circostanze di andare all’ospedale non per essere guarito, ma quasi come tappa intermedia per il cimitero.

Paradossalmente si potrebbe dire che anche il sistema sanitario, che normalmente funziona come prevenzione alla malattia, dando una sensazione di minor allarme, qui, in questo flagello, lascia nell’incertezza, nell’angoscia richiamando l’immagine di chi si trova in un tunnel buio senza scorgere l’uscita. C’è un altro aspetto che colpisce: le strade deserte, il silenzio, che fanno emergere con forza il bisogno dell’altro, a dimostrazione che l’esistenza è sempre fatta di relazioni.

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Oggi anche i rapporti tra le persone devono essere allentati e «tenere gli altri a distanza è l’unica salvezza», (Elias Canneti).

In mezzo a questo paesaggio che può sembrare talvolta spettrale, affiorano esempi di dedizione totale, di donne e uomini «che hanno sempre il coraggio dei loro buoni sentimenti», come scrive Albert Camus nel suo romanzo intitolato La peste. Mi riferisco ai medici, agli infermieri e a chi lavora negli ospedali in primo luogo. Non si sottraggono a una fatica immane, e, mi raccontava un’infermiera, talvolta con le lacrime agli occhi guadano gli occhi sbarrati e smarriti degli intubati, altre volte recitano una breve preghiera, velocemente quando il malato ha lasciato per sempre questa nostra terra. E ancora nascono esempi di solidarietà, di capacità di viveri momenti intensi di amore nelle famiglie. C’è tempo per potersi ritrovare, genitori e figli, di dialogare e di giocare, di scambiarsi segni di tenerezza.

E ci sono le chiese vuote, chiuse, quasi il segno tangibile di un Dio che non c’è quando lo si invoca. Ma il tempio di Dio sono oggi gli ospedali e i medici sono i verso sacerdoti. Andare a pregare non serve più? Mi ha chiesto disorientata più di una persona. Sì, che serve, ma solo se la preghiera non diventa quasi una formula taumaturgica perché questo male sia sconfitto. La risposta alla preghiera è la scienza, è la medicina. La mente ha bisogno di trovare una spiegazione di fronte al dolore, ancor più di fronte alle epidemie. Ho letto da qualche parte che un imam iraniano ha giustificato la diffusione del Coronavirus in Cina, perché quel paese discrimina la religione mussulmana. Pare che questo imam sia stato colpito dalla stessa malattia.

La mente ha bisogno di spiegazioni! Tuttavia più che in Dio, io le spiegazioni le cercherei nell’uomo.

Così come face un rabbino dopo Auschwitz, quando gli chiesero dov’era Dio durante quel flagello. Rispose: No, non chiedetemi dove era Dio; la domanda giusta è dov’era l’uomo.

Dove è l’uomo quando si sente padrone assoluto della terra, e non parte di essa; dove è l’uomo quando impedisce alla terra di vivere (perché Gaia vive!) e distrugge forsennatamente foreste e mari, e inquina i fiumi e non s’accorge che i cambiamenti climatici porteranno tragedie di non poco conto? Dov’è l’uomo quando non guarda minimamente al futuro, e spende cifre enormi per le armi e taglia gli investimenti per la sanità? Si potrebbe continuare.

Ma voglio terminare con un augurio di speranza. Ci sono giorni terribili in montagna pieni di nebbia e tormente nei quali le nevicate sono di solito intense. Appena la perturbazione cessa e arriva una giornata di sole pieno con cieli tersi, possiamo contemplare un paesaggio incantato pieno di alberi carichi di neve.

Siamo dentro quest’emergenza e questa tormenta, ma dobbiamo tenere gli occhi fissi al giorno dopo. Quello in cui ci riapproprieremo della nostra libertà piena con ancora maggiore gioia di vivere. Possiamo vivere già adesso dentro quest’attesa carica di speranza. E renderla utile.

Per i cristiani vivere la Pasqua in questo tempo tormentato vuol dire resistere e vincere la paura, non essere impauriti custodi di un sepolcro, ma donne e uomini tesi alla luce che attendono l’alba nuova che verrà.



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