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Gino Strada: il gigante che faceva il bene e amava la pace

dom 15 ago 2021 09:08 • By: Renato Pellegrini

Il ricordo del fondatore di Emergency scomparso a 73 anni

Se n’è andato a 73 anni mentre la Storia gli dava ragione. «Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista» ricordava proprio ieri Gino Strada su La Stampa.

Gino, come lo chiamavano tutti con la familiarità e la considerazione che si deve agli uomini che parlano dritto, aveva trovato la sua di strada dove gli altri rischiano di perderla per sempre. «Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. A Quetta, la città pachistana vicina al confine afghano – raccontava in un testo del 2015 per Avvenire – ho incontrato per la prima volta le vittime delle mine antiuomo. Ho operato molti bambini feriti dalle cosiddette 'mine giocattolo', piccoli pappagalli verdi di plastica grandi come un pacchetto di sigarette. Sparse nei campi, queste armi aspettano solo che un bambino curioso le prenda e ci giochi per un po’, fino a quando esplodono: una o due mani perse, ustioni su petto, viso e occhi. Bambini senza braccia e ciechi. Conservo ancora un vivido ricordo di quelle vittime e l’aver visto tali atrocità mi ha cambiato la vita».

Queste atrocità erano fisse nei suoi occhi, hanno cambiato il suo pensiero e il suo modo di stare nel mondo.

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Gino ha davvero fatto strada ai poveri senza farsi strada, per usare una frase cara a don Lorenzo Milani. Quando spiegava il perché dei conflitti, gli interessi politici e quelli economici che vi sottostavano, allora diventava irruente, la sua figura di colpo scomoda, da liquidare, a seconda delle convenienze iscrivendolo al partito degli avversari politici o indicandolo come traditore della patria. «Io non sono pacifista. Io sono contro la guerra» confidò a Fabio Fazio spiegando che le ragioni e i torti non si sarebbero appianati con slogan usa e getta. «Dobbiamo convincere milioni di persone – scriveva ancora – del fatto che abolire la guerra è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Questo concetto deve penetrare in profondità nelle nostre coscienze, fino a che l’idea della guerra divenga un tabù e sia eliminata dalla storia dell’umanità».

Per tutta una vita accanto a lui c’è stata Teresa Sarti, la moglie che sapeva dar corpo alle appassionate intuizioni del marito. Insieme hanno fondato Emergency nel 1994. Lei se n’è andata nel 2009, per colpa di un tumore. Una guerra nella guerra che hanno combattuto insieme senza arretrare di un solo anelito nel loro impegno. È bella e commovente la testimonianza dell’unica figlia. Quando ha appreso della morte del padre raccoglieva a bordo della nave “Resq” 85 vite alla deriva nel Mediterraneo, i dimenticati di guerre e soprusi che, come in Afghanistan, non ci vedono estranei. «Non ero con lui – dice appena dopo aver ultimato il salvataggio –, ma di tutti i posti dove avrei potuto essere ero in quello giusto, a salvare vite. È quello che mi hanno insegnato mio padre e mia madre». Come se la notizia delle morte non fosse riuscita a interrompere la concretezza di una vocazione familiare che dal 1994 a oggi ha messo radici in 19 Paesi curando oltre 11 milioni di persone.

Chi conosceva Gino Strada sapeva d’imbattersi prima o poi in una delle sue riflessioni asciutte, dirette e taglienti, disperate eppure mai scoraggianti, come gli strumenti da chirurgo che gli hanno permesso di salvare vite in Oriente come in Africa, nel Mediterraneo come a Milano contro il Covid. Quegli stessi ferri da sala operatoria che gli hanno fornito un metodo e un metro per guardarsi intorno. «Come medico – diceva – potrei paragonare la guerra al cancro. Il cancro opprime l’umanità e miete molte vittime: significa forse che tutti gli sforzi compiuti dalla medicina sono inutili?». Allo stesso modo «concepire un mondo senza guerra è il problema più stimolante al quale il genere umano debba far fronte. È anche il più urgente».



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