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La crisi del prete: tre pilastri da cui ripartire

dom 26 set 2021 09:09 • By: Renato Pellegrini

La seconda parte di una riflessione sul senso della missione del sacerdote nella società contemporanea

Domenica scorsa ho tratteggiato un’immagine di chiesa a tinte fosche. Pochi preti e pochi cristiani praticanti, stanchezza dilagante e futuro incerto. Forse però un forte clericalismo (cioè una chiesa che si identificava nel papa, nei vescovi e nei preti, che potevano comandare e purtroppo non ascoltare, e laici che dovevano solo obbedire) del tempo passato ha impedito alla chiesa di essere chiesa, cioè comunità.

Ci si è dimenticati che tutti i battezzati sono partecipi dello stesso Spirito e dunque hanno uguale dignità. Anche per questo è fondamentale ripensare tutta l’azione pastorale. I sacramenti ad esempio vanno celebrati in una cornice normale, quotidiana.

Oggi non ha senso la grande festa della prima comunione. Bisogna impegnarsi per raggiungere un numero magari ristretto di persone che si impegnano a fare propria la logica evangelica. D’altra parte bisogna ripensare il ruolo del sacerdote, che deve limitarsi a fare le cose essenziali (sacramenti, funerali, formazione dei catechisti e ministri della comunione e della liturgia. Il prete dovrà essere nominato dalla comunità.

Oggi i fedeli di una parrocchia sono semplicemente dimenticati. Fino a non troppo tempo fa per la nomina dei vescovi si faceva riferimento, consultandoli, ai politici locali. Un parroco non può a mio avviso, essere catapultato dall’esterno in una realtà che non conosce e dalla quale non è conosciuto.

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A questo si deve aggiungere che negli ultimi decenni il numero di seminaristi si sta velocemente assottigliando.

Allora si fa ricorso, come succede nella diocesi di Bolzano – Bressanone, a seminaristi stranieri, provenienti in gran parte dall’Africa e dall’America Latina, senza però tener in debito conto il fatto che hanno una mentalità molto diversa, e dunque con visioni altrettanto diverse, che si riflette anche sul modo di gestire la pastorale e una parrocchia. Nonostante un certo rinnovamento dei seminari, avvenuto dopo il concilio Vaticano II, molte difficoltà persistono.

Non vorrei essere cattivo ma dopo aver ascoltato certi racconti, mi sorge il sospetto che diventare prete possa diventare un mestiere per sbarcare il lunario, senza passione e senza vocazione. Mi riferisco ad alcuni dialoghi avuti con turisti provenienti da diverse diocesi italiane. Non è infrequente il fatto che si assista a ritorni difensivi e a rigurgiti integralisti. C’è chi ha bisogno di cercare appoggi esteriori per tutelare la propria identità. In questo nostro mondo tutto cambia velocemente e per questo non è possibile immaginare come sarà il prete del futuro. Le osservazioni che ho fatto, non danno spazio a un grande ottimismo.

Papa Francesco è più volte intervenuto a indicare quale dovrebbe essere l’identità del presbitero (del prete). Tre sono al riguardo le priorità messe in evidenza dal pontefice.

La prima è la capacità di immedesimarsi con le situazioni che vive la gente, condividendone le gioie e le fatiche quotidiane. Francesco ripete che il pastore deve avere l’odore delle pecore.

La seconda priorità è costituita dalla scelta della povertà come sobrietà di vita e come rinuncia ad ogni tentazione di potere, così da conquistare quella libertà interiore, che consente di diventare pienamente solidali con il mondo dei poveri e di impegnarsi per la loro liberazione.

La terza priorità è il recupero di una spiritualità autentica, non formale o devozionale, che mette al centro Gesù Cristo e il suo Vangelo, in modo da essere capaci di interpretare il bisogno di Dio, che c’è ancora di molti. Solo così, sottolinea il papa, è possibile diventare testimoni credibili del mistero di Dio.

Io credo che sono queste le prime condizioni che vanno poste alla base dell’esercizio del proprio ministero, e che adempiute danno efficacia alla propria azione pastorale, alla capacità cioè di rendere trasparente la novità e la bellezza del messaggio evangelico.



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