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A proposito del suicidio assistito

dom 28 nov 2021 11:11 • By: Renato Pellegrini

Riflessioni sulla vicenda di Mario, il malato tetraplegico marchigiano di 43 anni che ha ottenuto il parere favorevole del Comitato Etico per l'accesso al suicidio assistito

VALLI DEL NOCE. Si può essere contenti, gioire quando un uomo decide che la sua vita deve finire? Si può chiamare una scelta finalmente al passo coi tempi la decisione di scegliere volontariamente la morte perché vivere è diventato troppo difficile e il dolore insopportabile? Si può scontrarsi su questioni così delicate e profonde come tra fronti avversi? Si può inneggiare a una conquista raggiunta, alla libertà finalmente recuperata? Non è facile una risposta. Mi pare qui importante quanto ha sottolineato il vescovo Bruno Forte: «…. per tutti la questione è complessa e occorre aver presente che accanto al valore inviolabile della vita vi sono anche l'inviolabilità della coscienza e la necessità di evitare ogni accanimento terapeutico». Anche la Pontificia Accademia per la vita, ha invitato a «non minimizzare la gravità di quanto vissuto da Mario», l’uomo che ha chiesto il suicidio assistito, segnalando insieme che in nessun modo si dovrebbe «incoraggiare a togliersi la vita». L'Accademia richiama anche la necessità che l'unica risposta a chi soffre non sia mai quella di «rendere normale il gesto della nostra reciproca soppressione» e ricorda che «la logica delle cure palliative contempla la possibilità di sospendere tutti i trattamenti che vengano considerati sproporzionati dal paziente».

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Noi viviamo in una società plurale, dove molte sono le scelte possibili, molte le motivazioni per scegliere, e quindi pare sempre necessario il rispetto anche di idee diverse dalle proprie. Chi può giudicare un dolore insopportabile, un dolore che toglie ogni spiraglio a una vita che si possa chiamare tale? Chi può dire a un una persona che soffre terribilmente che deve comunque continuare a vivere se invece avesse scelto di morire? Per il credente si pone anche un’altra questione, che è quella di compiere la volontà di Dio. Ma proprio il credente deve prima di tutto essere cosciente del fatto che la volontà di Dio passa attraverso molte vicende della storia anche personale, che non è possesso di nessuno. E comunque si deve sempre il massimo rispetto anche a chi decide di porre fine alla sua esistenza. Ciò che occorre sottolineare è quanto sia importante per il malato incurabile una dedizione umana che duri fino alla fine: la dedizione umana del medico, degli infermieri e delle infermiere, che è più preziosa di molti medicinali.

Hans Kung, nel libro intitolato «La dignità del morire», annota che la responsabilità dell’uomo ha raggiunto una dimensione nuova, sia in rapporto all’inizio della vita umana, sia in rapporto alla sua fine. L’umanità si trova, sostiene, in una dimensione fondamentalmente nuova, per far fronte alla quale non è più possibile derivare dalla Bibbia delle semplici ricette. E dunque «elaborare le linee concrete per l’eliminazione della evidente incertezza giuridica esistente in materia di eutanasia, è compito in primo luogo dei medici e dei giuristi». (pag.58) Il credente, anche in una situazione così delicata e drammatica, sa che Dio non lo abbandona e che la morte non sarà l’abisso che lo ingoia nel nulla. Il valore della vita non sta semplicemente nel prolungarla in senso biologico, ma nella realizzazione dei valori tipicamente umani, a cui la vita biologica risulta subordinata. Il cammino dell’umanità apre sempre nuove prospettive e possibilità e sarà importante sapersi confrontare con le conquiste della scienza e con le sue incertezze per fare in modo che il vivere e il morire non siano casualità, ma scelte responsabilmente volute.



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