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Il campione e Dio

dom 28 giu 2020 • By: Renato Pellegrini

Alex Zanardi e il destino di un irriducibile

Alex Zanardi: un altro gravissimo incidente! Quando abbiamo sentito la notizia da Pienza in molti siamo rimasti disorientati, abbiamo provato un tonfo al cuore: il campione paralimpico che corre senza le gambe, l’uomo che vince l’oro spingendo una handbike con le sue poderose e instancabili braccia.

Perché proprio lui incorre in un nuovo disastroso incidente, un uomo già così messo alla prova dalla vita e capace di una tanto coraggiosa reazione, un uomo che ha insegnato a tutti a non arrendersi.

Papa Francesco, in una lettera affidata alla Gazzetta dello Sport, indirizzata proprio ad Alex, lo indica «come esempio per riuscire attraverso lo sport a ripartire», come un uomo che «attraverso lo sport ha insegnato a vivere la vita da protagonisti» diventando «campione di umanità» capace di dare forza a chi l’ha perduta. Questo bolognese di 53 anni, già campione di auto da corsa, nel 2001 su un circuito tedesco venne estratto moribondo dalla vettura, le gambe tranciate di netto. E sono cominciati lunghi mesi di ospedale. Mesi, forse, di disperazione. Poi, il ferito si mise a litigare con Dio. «Adesso hai veramente rotto! Se era una prova, io mollo!», raccontò di avergli detto.

È bello questo modo di «pregare» un Dio così misterioso, un Dio il cui volto appare crudele. Viene alla mente Giobbe che dapprima maledice, ma non si arrende. E infine accetta il mistero di Dio, e il mistero del dolore.

Nemmeno Zanardi è uno che si arrende. Riprende a correre, su auto modificate. Torna a Lausitzring, la pista maledetta, e completa i 13 giri che gli mancavano: un messaggio per raccontare al mondo che anche una disgrazia annichilente può generare una nuova vita. Poi scopre la handbike, e diventa il numero uno al mondo. Ogni giro a costruire il futuro da vivere.

E perciò saperlo ora così, può farci arrabbiare con Dio. Non si può chiedere così tanto a nessuno. Fa riflettere il singolare destino di un campione che ha ritrovato la fede litigando col Padreterno, da un letto di ospedale. Misterioso destino davvero, quello di un testardo figlio di un idraulico bolognese, e misterioso ancora più il disegno di Dio su di lui. Mi colpisce però che Zanardi poco prima dell’incidente abbia detto (così è stato riferito) di essere felice. Felice su quella sua bicicletta per 'diversamente abili' nella fatica di una «gara» estiva. E su quella felicità, improvvisa, piomba l’ombra della morte.

Zanardi, da pilota, era noto per la capacità di recuperare posizioni e arrivare sul podio, anche se partiva svantaggiato. Nel gusto di sfidare le circostanze avverse. È questa, cominciata in una curva nei pressi di Pienza, ancora una sfida? Cosa si staranno dicendo, il campione e Dio, nel silenzio di una stanza di terapia intensiva?

Zanardi è uno che non si arrende mai. Che ha superato, nei giorni in coma nel 2001, ben sette infarti. Un irriducibile: e gli auguriamo di cuore di vincere questa estrema battaglia. A noi, gente normale, basterebbe però forse sapere di poter dire, un’ora prima di un tragico incidente, 'Sono felice'. Anche di questo gli saremo grati: come se in quella letizia ci fosse il segno di una vita compiuta, di una linea di traguardo raggiunta e di una pace aspramente conquistata.



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